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U nonnu

U nonnu 

Mio nonno l’ho conosciuto cieco. A quei tempi si perdeva la vista per le cataratte e lui era uno di questi. Dopo una vita fatta di tre guerre, uno dei pochi superstiti di un naufragio durante la prima guerra mondiale, era stato fottuto dalle cataratte. Fottuto in tutti i sensi perché dopo anni e anni di domande senza risposte per la pensione di invalidità, una settimana dopo la sua scomparsa gli era arrivata la raccomandata che gli comunicava l’accettazione con anni di arretrati.

Vabbè non c’entra niente questo con quello che volevo dire, ma mi è venuto in mente e l’ho detto. Porca puttana.

Dunque tornando al punto, io vivevo coi nonni e per le feste canoniche, Natale e Pasqua, tutta la famiglia si riuniva con i parenti vicini per il pranzo. Mia nonna preparava dalle cinque di mattina spiedini per tutti, spiedini che a pensarci mi viene l’acquolina in bocca e così è ogni volta che ci penso. Ho provato a farli varie volte, seguendo le immagini della memoria – le fettine sottili di carne stese sulla tavola, i vari cumuletti di canestrato, pomodoro a pezzetti, mortadella, passolini (uva passa) e pinoli, mollica e la “saimi” (sugna) – ma niente da fare, quel sapore è andato perso con loro. Preparava la salsa con i pezzetti di maiale dentro per condire i rigatoni, le cotolette. Non c’era molto assortimento, ma tutto era abbondante, addirittura uno spiedino a testa, per l’occasione anche per i bambini.

Il pranzo andava liscio, non ho ricordi di argomenti di discussione, solo che capitava che il nonno, regolarmente, cominciava a pendere da un lato ed allora qualcuno dei presenti, preoccupandosi che cadesse dalla sedia gridava: “U nonnu… u nonnu!”, alzandosi di corsa per andare a sorreggerlo. Era in quel momento che il nonno sganciava una sonora scoreggia che provocava le risate di tutti, tranne le mie che mi mortificavo per l’imbarazzo. Ed ogni volta che c’era il pranzo d’occasione stavo sempre all’erta col timore che il nonno manifestasse la sua presenza con quelle sonorità eccessive e fuori luogo.

Ma col tempo ci feci l’abitudine.

Perché ho parlato di ciò? Perché avendo assimilato le scoregge del nonno, mi chiedo come mai non riesca ancora, dopo quasi venti anni, a star tranquillo quando vedo il nostro capo del governo parlare in pubblico. E dire che ormai di scoregge ne ha fatte in sopravanzo, ma niente, non riesco ad assuefarmi ed a ridere come vedo fanno gli invitati.

Rimango mortificato, regolarmente!

 

©tener1

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