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Pasquale Losicco

1974

Pasquale Losicco era un uomo che bastava guardarlo per la prima volta ché uno si ricordava per sempre il suo cognome.

Aveva l’aspetto che nell’insieme ricordava una farfalla: la testa lunga e secca era il corpo e le orecchie, enormi e aperte, erano le ali. Magro come un cadavere in fase di decomposizione avanzata, gli rimaneva solamente la pelle sottile attaccata alle ossa che si potevano contare senza sbagliare, tan’erano in evidenza. Un corpo da adolescente per le dimensioni ridotte, un metro e basta in un uomo che doveva aver superato i sessanta. Esile, minuto e fragile che sembrava doversi rompere da un momento all’altro, dentro quei pochi grammi di corpo albergava un teatrante. E bravo pure. Ma un tragiriaturi anche.

La prima volta che Carmelo lo vide al salone, rimase impressionato non poco, di primo acchito per l’aspetto, ma poi ancor di più per la voce.

«Questa non è più vita signuri mei, ma come si fa ad aumentare del cinquanta per cento, tutto d’un botto, così, all’urbigna la benzina? E che siamo vacche da mungere, ‘sti disonesti non l’hanno capito che andando avanti accussì succede un quarantotto prima o poi. Io ora lo sto dicendo, poi me la sanno contare. Dici ah chi sapìa! Come “che sapevo”? ma tu governo, ladro, perché sei ladro, non te lo devi aspettare un focuranni dopo che hai spemuto così il popolo? Gira, vota e firrìa e che ti aumentano? La benzina sti curnuta»

Pino si era fermato col rasoio a mezz’aria testiando a dargli ragione in attesa che il signor Losicco finisse la sfuriata.

«Che gli volete dare torto?» diceva ai clienti presenti in quel momento. Uno di essi si girò verso il Losicco e disse:

«Io me ne sto fottendo, cinquemila lire ce ne mettevo e cinquemila continuo a mettercene, la possono portare pure a mille lire al litro, che minchia me ne fotte, vuol dire che cammino di meno. I piedi ci sono per questo, per camminare, e issiru a fare ‘nto culu tutti quanti sunnu!»

«E allura pinsassi a me che me ne fotte che non c’ho neanche la macchina io e i piedi, ringraziann’a Dio li ho sempre usati, io, sempre!» e saltellava col culo sulla poltrona che sembrava enorme, sembrava proprio una farfalla che voleva spiccare il volo, anche le enormi orecchie a paracqua sembrava sventolassero per consentire alla testa di librarsi in volo, e gesticolava animosamente mentre il tono della voce saliva di un ottava ad ogni frase: più parlava, più si automotivava e più alzava la voce.

«Ma è una questione di principio – continuava – uno non può dire “me ne fotto, non c’ho la macchina”, questo è qualunquismo signor mio – abbassando un po’ la voce – mi scusi se mi permetto, avvocato Bevilacqua…»

«Ma prego si figuri signor Losicco, lei può pensare e dire quello che minchia gli passa per la testa, siamo in un paese libero o no? Ed io in questo paese libero mi faccio i cazzi miei e me ne strafotto di quello che pensa la gente. Lei continui, continui pure a vociare tanto a me da un orecchio mi trasi e dall’altro mi entra…»

«Avvocà si dice “Da uno mi trasi e dall’altro mi nesci“, vasinnò gli rimane tutto dentro il molone, il cervello, se ne ha!»

«E vabbè questo volevo dire, non faccia il pillicoso, importante è che mi ha capito… trasi, nesci, mi pare la barzelletta, quella della moglie lagnusa che dice sempre “mi siddria“, mi scoccia, la sapete? Quella che dice al marito mentre stanno fottendo – l’avvocato accompagnò le parole col gesto classico che indica la fottuta: il pugno chiuso col mignolo un po’ sporgente, il braccio piegato a novanta gradi mosso avanti e indietro come uno stantuffo – “Totò, o trasi o nesci, perché questo trasi e nesci mi siddria”. – e tradusse – “Salvatore, o entri o esci, perché questo entra ed esce, mi scoccia”».

Tutti i presenti scoppiarono in una risata liberatoria che doveva allentare la tensione che si era venuta a creare, ma Losicco la somatizzò come una sfottuta.

Rossa paonazza spiccava fuori dal lenzuolo bianco la testolina di Losicco, il sangue gli scorreva a mille dentro le vene, che gli si potevano cogliere tanto erano gonfie, da sotto la saponata candida che gli riempiva le profonde fosse tra zigomi e mandibola, si facevano strada ingrossandogli le borse degli occhi, le tempie e la fronte. Riprese a saltellare sul culo gesticolando:

«Bevilacqua, – non usò il titolo di proposito – se siamo a questo punto è proprio perché c’è gente come lei che pensa a ridere se ne catafotte del prossimo e pensa solo a se stessa medesima – la mano destra si muoveva ora come se stesse sciabolando – tanti pecoroni che calano la testa e tirano a campare fintanto che dove abbagnare il becco ce l’hanno, tanto i disgraziati che fanno le rivoluzioni e si fanno ammazzare ci sono. Poveri fessi, per gente come lei.»

«Che cosa crede di ottenere buttando voci, solo il mal di testa per le vociate che fa mi può fare venire.»

Le voci del signor Losicco attirarono i clienti del panellaro, del meccanico e della lavanderia vicini. Si affacciarono all’uscio a chiedere:

«Che ci fu cosa?»

«No niente, stiamo parlando» li liquidò Cecè.

Carmelo assisteva divertito e preoccupato alla scena, divertito perché chiunque si sarebbe scatasciato dalle risate a vedere l’agitazione del signor Losicco, in forte contrasto con la calma e la freschezza da un quarto di pollo dell’avvocato. Di contro era preoccupato che al signor Losicco potesse venire un coccolone per tutta quell’eccessiva agitazione.

Uno dei clienti, emergendo dall’anonimato disse:

«E buono, buono che non ci fu niente, non faccia così ché si può sentire male…»

«Ma quale male e male – disse Bevilacqua – che Losicco è il miglior attore che abbiamo e se non fosse perché fosse sarebbe conosciuto in tutto il mondo. Un applauso per Pasquale Losicco – gridò infine, svelando la farsa.»

Carmelo si sorprese a battere le mani, insieme con tutti i presenti. Una farsa organizzata all’impronta, per lui e l’altro cliente intervenuto prima, gli unici che ancora non conoscevano l’attore.

Ora Losicco rideva e faceva i complimenti a Bevilacqua che gli aveva retto degnamente il filo, facendogli da spalla, i suoi lineamenti si erano distesi ed il colorito del viso si era normalizzato e le orecchie non battevano più per spiccare il volo.

Cecè poi raccontò a Carmelo che ogni volta che Losicco veniva al salone, c’era sempre da pisciarsi dalle risate, specialmente se qualcuno dei presenti non lo conosceva.

©tener1

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