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Il treno dal sud

Immagini e suoni del telegiornale mi colavano addosso e dentro la mente impermeabile, senza alcun peso. Ininfluenti sul mio malumore. Portavo alla bocca il cucchiaio col brodo di pesce, elaborato, saporito, ignorandone il gusto e ascoltavo senza sentire il tintinnare malcelato dei cucchiai dentro le scodelle e contro i denti. Laura litigava con Gino come al solito a pranzo. Futilità. Olimpia cercava, a gesti, di zittirli conscia del mio stato d’animo, presagendo l’inevitabile sfuriata con tutte le conseguenze: Laura che si rifugiava nella sua stanza, trattenendo a stento le lacrime e minacciando, anzi promettendo, convinta in quei momenti, che avrebbe abbandonato questa famiglia di pazzi. Gino che seguiva guardingo la sorella, ma senza lacrime. Il brodo rimasto non consumato, non più fumante, con la patina trasparente del grasso rassodato. Olimpia silenziosa, ostile, ma attenta a cogliere il momento adatto per rimproverarmi gli eccessi, senza provocare ulteriori scatti d’ira. Ma tutto ciò non accadde. Le stoviglie rimasero al loro posto. Nessun piatto volò in aria. Niente rimproveri sguaiati né sedie cadute né finte rincorse. Ero vuoto, insensibile, privo di qualsiasi capacità reattiva. Neanche l’irascibilità propedeutica riuscivo a concedermi. Avrei desiderato non essere mai esistito. Non aver mai vissuto alcun sentimento, anche i più sofferti, per non avere alcun rimpianto. Ma soprattutto non aver mai incontrato quella donna.

Non mi accorsi che il silenzio s’era fatto strada e stabilito in casa. Mi rinvenni solo, ancora seduto al tavolo sparecchiato, la tv spenta, la radio spenta, la porta del soggiorno chiusa. La famiglia si era eclissata. Ecco i rimpianti. Mi mancava il cicaleccio fastidioso di Gino, i rimproveri di Olimpia, le crisi di Laura. Il silenzio cominciava troppo presto a pesarmi addosso. Sapevo di dover temere il silenzio che lascia la mente libera di pensare, di ricordare. Ricordare. Un ricordo usato solo poche volte, in confidenze tra maschi. Unico, non c’erano state altre avventure nella mia vita. Quello scompartimento ferroviario, vuoto come non ne esistono mai, preso in affitto dal destino che aveva una storia da scrivere, ed io ne ero uno dei protagonisti. Tutto per me, con le gambe distese sul sedile di fronte, il giornale svogliato accanto, la testa ondeggiante contro il finestrino a catturare cespugli veloci. Lei entrò, chiese “posso?” e si sistemò di fronte, sul sedile centrale, dopo aver riposto lo zaino sulla cappelliera. Dovetti metter giù le gambe per darmi compostezza e lei cambiò subito posizione per guardare i cespugli con la fronte poggiata sul vetro: io li vedevo arrivare, lei li seguiva passanti. Di fronte a me. Ci scoprimmo a spiarci i volti riflessi sul vetro. Ci scambiammo un sorriso ed ebbe inizio la storia.

Ma non una storia importante, una di quelle storie che non devono lasciare traccia, che si dimenticano dopo qualche giorno, indolori, incolori. Un quarantenne ammogliato con due figli ed un’universitaria di ventitré anni. Questi, il destino, aveva scelto come protagonisti in quel treno dal sud. Paola studiava alla Normale, era al quarto anno, ancora otto esami per la laurea in Statistica. Abitava con altre due colleghe a Pisa. Era orfana di padre, da quando aveva quindici anni. No, non aveva il ragazzo, troppe delusioni, immaturi. Io andavo a Milano per lavoro, sì ero sposato da quindici anni, due figli: Gino di dieci e Laura di quattordici. Olimpia la conoscevo dal liceo, da ventitré anni. Ero contento della famiglia, della vita, di tutto insomma.

Così, parlando, diventammo intimi: lei, con la mancanza del padre aveva bisogno di un uomo che la facesse sentire sicura, un uomo maturo, un padre insomma, non un ragazzino complessato o pieno di incertezze. Io vecchio romanticone, sensibile al ritratto che mi andava costruendo addosso.

Una storia banale, come tante.

Come due ladri ci derubammo a vicenda. Ma non volevo rivivere le scene di sesso rubato. Io a lei, lei a me.

Troppo silenzio complice in casa. Non dovevo cominciare subito coi ricordi. Non dovevo chiedermi se lei era cosciente di avere l’AIDS. Non potevo esaurire nel rammarico, nei rimpianti i mesi di vita che mi rimanevano.

©tener1

 

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