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Cervelli fumati in carrozza

Sedetevi comodi ed accendete una sigaretta.

 

Non ho mai avuto un buon rapporto coi treni, forse perché da piccolo: quattro, cinque anni circa, ho desiderato tanto e inutilmente il trenino a corda che girava sui binari tondi della vetrina dei sogni, oppure per le ventisette ore trascorse più di tanti anni fa, per arrivare da qui a Firenze, non so. Sta di fatto che odio i treni ed il mondo che ruota intorno ad essi. E loro forse odiano me, ma in silenzio, senza tanti ciuff ciuff. Diciamo che ci ignoriamo, ognuno per la propria strada, quella ferrata loro, aerei o auto, io.

Però verso i dieci anni li sfidavo con gli amici a chi pisciava più vicino ai binari mentre loro passavano sfumacchiando e sferragliando. E loro si vendicavano schizzandoci addosso, a noi innocenti bimbini, la nostra stessa piscia e lasciandoci neri di fumo.

Date le premesse, cosa avrei potuto aspettarmi di buono da un eurostar di tre ore da Rimini a Milano?

Primo approccio col nemico alla stazione con code più lunghe della quaresima ed il treno lì lì per partire. Come in tutte le code, esistono delle regole che non si possono ignorare. La regola numero uno della coda recita crudelmente: “La tua fila è la più lenta”, infatti appena mi resi conto che tre o quattro persone arrivate dopo di me, saggiamente accodatesi nella fila accanto, erano, dopo pochi minuti, davanti a me, cambiai fila ingenuamente. Ma la regola numero due dichiara inesorabilmente: “Se cambi fila vale sempre la regola numero uno”. Infatti chi era arrivato dopo di me e si era accodato nella fila che avevo ingenuamente abbandonato, stava più avanti di me. E la lancetta dei minuti dell’orologio grande della stazione avanzava anche lei inesorabilmente. Mi convinsi a rimanere nella mia fila senza ulteriori spostamenti, anche se la terza fila andava a razzo. Poi per miracolo anche la mia fila accelerò ed arrivai felice davanti al banco, preceduto soltanto da una bidonna, quando mancavano cinque minuti alla partenza del mio treno. Ma la regola numero tre delle code, la peggiore, recita: “La persona che ti precede nella fila è la più lenta di tutte”. A conferma, la bidonna fece un Rimini Napoli delle sedici e ventisette, alle undici e cinquantaquattro, pagando con un numero imprecisato di centesimi di euro contati uno per uno, prelevati da un portamonete difficile da trovare dentro la borsa alla Mary Poppins con dentro di tutto. E non sto qui a fare l’elenco altrimenti mi prende la rabbia. Una parentesi, invece, voglio aprire sull’orario dei treni. Ci avete fatto caso? Cose del tipo: “L’eurostar delle 13:59 per Milano in partenza sul binario tre”. Come al mercato: un chilo di patate € 1.99 ché ti sembra di spendere meno, di partire un’ora prima. Un bel risparmio. Dai cinque euro e ti deludono con tre euro di resto. Ma come? Se scrivessero 14:00 oppure € 2.00 non sarebbe più onesto? E gli orari su carta stampata, quelli scritti piccoli piccoli con tante sigle e numeri incomprensibili che ci vuole un decrittatore della CIA? Volumi di geroglifici, ettari di foresta amazzonica sprecati. Ma c’è qualcuno che li comprende? Uno, solo uno ne vorrei conoscere, un alieno da mandare in tv a tenere un corso per comuni mortali, uno che ci spieghi che cazzo c’è scritto. Una volta ho visto un umano in edicola che comprava un orario dei treni. L’ho guardato con invidia, un cervellone doveva essere. Per darmi tono ne comprai uno pure io. Girato l’angolo lo scartai dal cellophane, lo sfogliai e lo buttai nel primo cestino. Non ero all’altezza. Certi cervelli sprecati!

Riuscii infine a fare il mio stramaledetto biglietto dimenticando, per la foga, un particolare di vitale importanza: scegliere un vagone fumatori. Perché io non respiro, fumo!

Presi il treno per un pelo pelo e vagai alla ricerca del mio posto lontano, lontanissimo dal mio habitat mentale. Tutte facce belle colorite di gente che respirava semplicemente sano smog e inquinamento. Ma come vivono? Che ci facevo io tra costoro, io col mio viso cinereo e l’olezzo di fumo perenne di qualsiasi capo del mio abbigliamento?

Presi posto e mi alzai subito alla ricerca della mia carrozza ideale con due, tre sigarette in bocca e la mano che stringeva l’accendino dentro la tasca destra della giacca, pronta a dar fuoco. Procedevo verso la coda del treno nascondendo a stento la frenesia di raggiungere la meta prima possibile, rallentavo forzatamente l’andatura mal celando la fretta da astinenza. Mi dava fastidio mostrare agli altri la mia dipendenza ma non riuscivo a togliere dai denti le due tre sigarette mordicchiate nervosamente, pronte a fornire la loro dose di catrame, nicotina e quant’altro, ai miei polmoni a lutto. Centinaia di metri spiando, attraverso gli occhiali da sole, quei bastardi fortunati non fumatori. Finalmente cominciai ad incrociare qualche viso giallo cenere da tossico. La meta era vicina, sentivo già l’odore inebriante provenire dall’agognato vagone. Raggiunsi la meta e mi tuffai dentro la nuvola di nebbia dello scompartimento. Aspirai subito a pieni polmoni felice di ritrovarmi nel mio Eden, un paradiso affollato di sani tossici. Consumai avidamente le sigarette necessarie in tre minuti e mi avviai per tornare al mio posto. Ma il percorso era lungo e la mia autonomia si era ridotta notevolmente, infatti appena arrivato, controllai se qualcuno avesse approfittato della mia assenza per occuparlo e tornai indietro svelto per recuperare il tempo perso per il tragitto, nuovamente in astinenza. Tutto il viaggio fu un andare fumare e tornare, avanti e indietro, avanti e indietro ininterrottamente. Due ore e cinquantasei minuti di chilometri percorsi sul treno. Arrivai stanchissimo a Milano con le gambe indolenzite come da ore di cyclette per uno che scoppia dopo i primi cinque minuti. Mi trasportai a fatica fuori dalla stazione per dar sfogo all’esigenza, per troppo tempo repressa, di fumare all’aria aperta per riprendere vigore e giurai di non mettere mai più piede su un treno.

©tener1

 

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