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Archivi categoria: Sogni

Sogno n° 51 – Amazon

S51

Suonano alla porta, mia moglie va ad aprire. Sento parlottare, sento dei rumori dall’ingresso. Cosa stanno facendo? Mi scoccia alzarmi per andare a vedere, chiedo semplicemente: «Che è?»
Non mi risponde ma la sento dire al suonatore di porte: «Qua, qua, lo metta qua dentro, l’aiuto io!» e sento spostare il vaso portaombrelli. Sento qualcosa che striscia per terra, poi mia moglie dire: «Va bene, lo lasci qui poi ci pensa mio marito. Arrivederci!»
Il suonatore di porte va via e spunta mia moglie con un centinaio di punti interrogativi in faccia: «È arrivato un pacco da Amazon, ma che hai ordinato? È enorme!»
«Ah è arrivato, bene, sempre puntuali questi di Amazon, anzi in anticipo di un giorno rispetto alla data di consegna. Ok poi vado a vedere, per ora mi scoccia alzarmi.»
“Sì ma che cos’è? Non passava manco dalla porta dello studio.»
«Che sei esagerata, niente è un puzzle per Sofia, glielo diamo per il compleanno, è il Mini Pony, a lei piaceva, ricordi?»
«Mi pigghi pu culu? Dentro quello scatolone ci entra la stalla col pony intero!»
«Ma che stai dicendo, al massimo avranno abbondato un po’ con l’imballo ma da qui a non passarci per la porta mi sembra esagerato.»
«Ti dico che non ci passava e pesa un accidenti, vuoi andare a vedere?»
Mi alzo sbuffando con aria di sufficienza e di fastidio, vedo per entrare nello studio ma la porta è sbarrata da un collo alto due metri e largo un metro.
«Minchia che cazzo è questo?»
«È quello che vorrei sapere anch’io, che hai ordinato, ti sembra la scatola di un puzzle questa cosa enorme?»
«No! Avranno sbagliato.»
«Ma c’è scritto il tuo nome qua.»
Leggo il mio nome, vero è.
A questo punto devo aprirlo, non posso tergiversare, devo capire che cosa mi hanno mandato. Vado a prendere le forbici e tornando sento mia moglie che grida: «Ho sentito qualcosa, un rumore da là dentro!»
Effettivamente sento anch’io degli strani rumori provenire dall’interno della scatola, sembra addirit-tura che si muova. Mia moglie impaurita si rifugia dietro di me. Io, impaurito, non avendo una mo-glie davanti a farmi da scudo, mi avvicino con cautela, impugnando le forbici come un pugnale mentre il rumore si fa più insistente. Prendo coraggio, allargo le lame delle forbici e con una incido il cartone lungo un lato dall’alto in basso. Poi dall’altro lato. Poi pratico un taglio in alto, infilo la mano. Me la sento leccare. La ritraggo schifato e me l’asciugo sui pantaloni.
«Che schifo è? C’è qualcosa che lecca dentro!»
Mia moglie grida qualcosa poi scappa verso la cucina chiudendosi la porta dietro.
Rimango solo con la scatola del leccatore.
Devo farmi coraggio.
Mi faccio coraggio.
Infilo entrambi le mani attraverso lo squarcio in alto, afferro e tiro con forza.
Rimango con gli occhi sbarrati mentre il cavallino comincia a ragliare.

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2014 in Sogni

 

Sogno n° 50 – Potosciò

S50

Ho gli occhi che sembrano due fette biscottate ripiene di marmellata, devo lavorare parecchio sta-mattina per ripristinarli, non riesco nemmeno ad aprirli quel tot per vedermi allo specchio, comincio con un po’ di acqua tiepida per ammorbidire.
Ecco così.
Una fessura.
La luce.
La luce è più intensa del solito.
Che brutto aspetto che ho, inguardabile più del sopportabile.
Quelle manopole attorno allo specchio a cosa servono? Non le avevo mai notate prima, sono un’infinità! La curiosità è donna ma io me ne fotto ne giro uno a caso, vediamo cosa succede.
Non succede niente, ne provo un’altra… niente. A qualcosa devono servire per forza, ne provo altre a caso.
Oh oh, mi sembra di vedere qualcosa di diverso nella mia immagine riflessa, vediamo un po’, giro questa… sì ecco, mi aumenta la barba se giro in senso orario e mi diminuisce fino a sparire se giro al contrario. Ottimo, che figata! Vediamo con questa qui… forte questa, il mento cambia forma. Un’altra dai, questa… evvai! Le orecchie… me le riduco un bel po’… sì così va bene, devo trovare la manopola per ridurre la sporgenza, poi passo al naso, non è male il mio ma, visto che ci sono me lo francesizzo. Gli occhi me li faccio verdi ché mi piacciono tanto. No, non mi stanno bene, meglio… provo blu? No li lascio marrone ma un po’ più chiari, ecco così, perfetto. Ci abbino i capelli dello stesso colore, ne metto qualcuno in più, giusto qualcuno, non voglio strafare. Non male! Li ondulo leggermente… così… no troppo… ecco così sono perfetti. Un po’ di carne alle labbra mi ci vuole e una schiarita alle occhiaie. Mi abbronzo leggermente? O no? Ma sì dai… no no troppo… ora… sì… ecco perfetto, né troppo né poco, il giusto. Liscio la pelle e poi basta.
Che tocata questo specchio, appena mi sveglio lo dico a mia moglie.

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2014 in Sogni

 

Sogno n° 49 – Esodo

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«Buongiorno Carmine – dico al portiere – è arrivato Garrelli?»
«Buongiorno. No, ancora no, aveva appuntamento?»
«Sì, alle dieci, sono in anticipo!»
«È arrivato ieri sera?»
«No, stamattina, col volo delle sei, per fortuna è stato puntuale e non c’era nebbia da Malpensa a qui.»
La conversazione si conclude ed io esco a fumare.
Speriamo che non mi faccia aspettare, odio aspettare.
Vorrei conoscere uno che non odi aspettare.
Vabbè faccio parte della maggioranza insofferente degli aspettanti.
Rientro ché qui si comincia a congelare.
Mi siedo.
Passerò i prossimi cinque minuti seduto.
Mi siedo e passo cinque minuti seduto.
Di Garrelli manco l’odore. Che vorrà poi? Perché mi ha convocato senza preavviso, senza motivo, senza spiegazioni?
Cristina mi ha detto: «Domani alle dieci hai appuntamento col Dottor Garrelli, mi raccomando pun-tuale.»
E basta.
Ho dovuto fare i salti mortali per trovare un volo, pagarlo col sangue, ovviamente, trovare un’auto, pagarla col sangue, ovviamente, alzarmi alle quattro ed essere qui in anticipo sulla puntualità per parlare con lui non so di cosa. L’ansia non mi manca. Mi sono imposto di cacciare il minimo insor-gere di presagi negativi ma so che anche se li ho cacciati l’embrione ce l’ho dentro.
Sono le dieci e ancora non si fa vivo.
Sono le dieci e pochi secondi e si fa vivo.
Squilla il citofono, Carmine risponde «Sì, va bene» poi mi dice «Si accomodi!» ed io mi accomodo.
La puntualità del Direttore mi ben dispone, malgrado l’embrione. Percorro il lungo corridoio che porta all’ufficio di Garrelli senza far caso agli altri uffici deserti. Arrivo busso ed entro.
«Si accomodi prego!» mi indica la sedia allungando la mano col suo sorriso stampato sui denti. Co-nosco quel sorriso con la stellina sull’incisivo laterale superiore sinistro, un brivido mi percorre la schiena fino alle mutande fermandosi ad un centimetro dalle emorroidi, stringo istintivamente le chiappe pronto all’inculata.
Sento l’embrione del presagio funesto esplodermi dentro e squarciarmi il ventre come la larva di un alieno che ha utilizzato il mio corpo per crescere e nutrirsi ed ora, satollo di me, abbandona il nido verso altre vittime dentro le quali riprodursi, mentre Garrelli mi dice senza giri di parole: «Lei non rientra più nei progetti dell’azienda, pertanto, con decorrenza immediata dal momento della sua firma su questo documento, – mi allunga un foglio – il nostro rapporto di collaborazione finisce qui.»
Leggo sul foglio ma non leggo altro se non “Data e Firma per accettazione”.
Guardo Garrelli che smette il sorriso e indossa un’aria contrita, sinceramente dispiaciuta: «Niente di personale, mi creda – dice abbassando lo sguardo incapace di sostenere il mio – alcune decisioni si prendono ma con grande sofferenza – prosegue pronunciando con evidente grande sofferenza quelle parole di grande sofferenza – ma sono necessarie, lei mi capisce vero?»
Certo che lo capisco, si vede la sua sofferenza, come negarlo, solo un cieco non lo capirebbe, solo un insensibile privo di cuore non solidarizzerebbe con un Direttore così sensibile, poverino, non l’ho mai visto così, senza il sorriso con la stellina, mi fa pena e cerco di confortarlo.
«Se posso fare qualcosa per alleviare le sue sofferenze, Direttore, non si faccia scrupolo a dirmelo, veramente glielo dico, di cuore!»
Alle mie parole scoppia in lacrime, ma poi si fa forte, mi indica il foglio con lo sguardo e con le dita mi fa il segno della scrittura. Capisco che devo firmare. Firmo.
Lui prende il foglio e si alza per andare a fare la fotocopia da darmi. Rimango solo e penso che, tranne qualche piccolo dettaglio si sta ripetendo la storia: ora mi consegnerà la mia copia, mi farà un sincero “In bocca al lupo” col sorriso spezzato e stop! Mi consegnerà al mondo degli esodati strin-gendomi la mano.
Ma stavolta voglio prendermi una soddisfazione.
Salgo sul suo tavolo, abbasso la patta, tiro fuori l’uccello e comincio a pisciare tutto intorno.
Mi sveglio soddisfatto.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2014 in Sogni

 

Sogno n° 48 – Fine del corridoio

Mentre entro in camera un ragazzo nudo esce dal bagno – che ha la porta accanto a quella d’ingresso – colato di doccia con un asciugamano in testa per asciugarsi i capelli. Si scusa e va via così com’è. Sul letto una coppia si contorce nelle classiche pose di sesso. La penombra mi impedisce di vedere chiaramente chi possano essere questi due che scopano sul mio letto, faccio un passo in avanti e vedo che lui mi vede, si ferma, prende la pistola che era sul comodino e me la punta minaccioso mentre si alza dal letto con l’atteggiamento di chi mi vuole sparare in fronte. Mi impaurisco e fuggo via. Mi trovo a correre lungo il lungo corridoio inseguito dall’uomo, vestito solo da una pistola in mano, che mi grida dietro qualcosa di incomprensibile che non mi interessa di comprendere. Non riesco a distanziarlo, è sempre a tre o quattro metri, accelero l’andatura, mi  posiziono sui cento in dieci secondi netti ma lui è sempre lì a due passi, non si scolla. Devo cercare una stanza dove rifugiarmi. Provo ma niente. Riprovo ma riniente, tutte chiuse. Vedo di fronte a me il muro con la scritta: “Fine del corridoio” ma continuo a correre verso la parete che rappresenta anche la mia fine, comincio a convincermi che sarà così: arriverò a spiaccicarmi sulla fine del corridoio e sarà finita.

L’armato mi grida non so cosa, forse mi chiede di fermarmi. Fossi scemo!

Continuo, accelero come per lo sprint finale, la fine si avvicina pericolosamente, andrò a schiantarmi sul muro come una mosca sul parabrezza, sono lì, proprio lì, la scritta di prima campeggia enorme sulla mia testa, la rileggo: “Fine del corridoio” e sotto: “È ora di svegliarsi.”

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2014 in Sogni

 

Sogno n° 47 – Conto le pecore

Non sono a mio agio senza un motivo, mi giro e rigiro ogni due minuti senza riuscire  a trovare una posizione di tre minuti almeno, ma che cavolo ho? Sono sereno, non c’è niente che mi turba, non è successo niente di particolarmente interessante e allora perché ho le smanie? Intanto il tempo passa e domani mi alzo alle sei, che palle, ogni volta che mi succede così rimango sveglio fino alle cinque e mezza e poi mi addormento giusto in tempo per sentire la sveglia che diventa come una martellata ai timpani. Provo a contare le pecore magari? Dice che a volte funziona, dice, ma chi dice? Deve essere uno che sa tutto, questo qui che dice. Ci provo dai, conto, vediamo a quanto arrivo.

Trecentottantasei… trecentottantasette… coppole di minchia, non funziona un cazzo, mi sono scocciato, mi alzo e vado al pc.

Perché non si accende? Che palle, ogni volta che lo donna delle pulizie entra nel mio studio non mi funziona più niente, e il bello è che glielo dico sempre di stare attenta, di non muovere niente, di non spostare nemmeno un foglio ché poi non trovo più quello che cerco, di fare attenzione ai fili, di non staccare spine. Ma che, mancu pu cazzu! Non si accende. Eppure sembra tutto a posto, la spina è inserita, il pulsante fa click regolare, il monitor è… cazzo il monitor è spento! Vaffanculo! Mi ha spento il monitor mi ha spento porca di quella puttana troia, ho perso mezz’ora inutile, sono già quasi le tre, che faccio torno a letto? Comincio a sentire pure freddo, o torno a letto o vado a prendermi la vestaglia. Ma sì dai magari prendo sonno, torno a letto. Spengo il pc e torno a letto. Deciso!

Poggio la testa sul cuscino, chiudo gli occhi e alle orecchie mi arriva la voce ovattata di mia moglie: «Ancora dormi?»

«Ma se mi sono appena messo a letto?»

« È dalle sette che sono alzata, sono venuta col caffè alle nove ma visto che dormivi beatamente ho detto: lasciamolo in pace tanto è domenica, ma ora sono quasi le undici.» 

 
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Pubblicato da su 9 febbraio 2014 in Sogni

 

Sogno n° 46 – I due vecchini

Sto passeggiando senza meta con mia moglie lungo Via Ruggero Settimo, ci fermiamo a guardare le vetrine, giusto per guardare, senza alcuna intenzione di comprare alcunché, il classico tampasimiare in attesa di non so che ne chi, però so che stiamo aspettando qualcuno. E quel qualcuno non arriva. Ed io mi incazzo quando aspetto qualcuno che ritarda, figuriamoci se manco lo conosco. Però siamo lì ad aspettarlo, sono certo che non è mia figlia né un parente né un amico. È qualcuno!
«Ma chi cazzo stiamo aspettando?» chiedo a mia moglie.
«Come chi stiamo aspettando, ma sei scemo?» mi risponde lei guardandomi perplessa. A me la cosa che più mi fa incazzare è quando mi guardano come se fossi un demente, mi incazzo perché il solo dubbio che possano avere ragione mi inquieta non poco. Non so perché mia moglie mi prenda per scemo ma devo far finta di saperlo, devo tergiversare nella speranza che arrivi questo tizio o tizia chi cazzo è.
«Ma quanto dobbiamo aspettarlo ancora?» le chiedo e mentre glielo sto chiedendo mi rendo conto che sto dicendo “aspettarlo” perché so che è un maschio.
«Smettila di scherzare, sei tu che hai preso l’appuntamento alle cinque!» mi dice lei.
Ma per fare cosa e con chi? Mi chiedo nascondendo la domanda per paura che me la legga in viso. Però ora so che è un maschio che io, evidentemente conosco, se do un appuntamento a qualcuno è ovvio che lo conosca. O no?
Intanto la via che era affollata di tampasimiatori improvvisamente si fa deserta e pure pedonale, non passa più un’auto infatti. Comincia pure a piovere che palle, siamo senza ombrelli come da copione. Ovvio che piova sempre quando non si ha l’ombrello altrimenti avremmo la siccità perenne. E come piove, guarda come viene giù. Canticchio Jovanotti, prendo la mano di mia moglie per correre verso i portici ed è in quel preciso istante che avviene quello che da sveglio ho sempre temuto, per questo evitato.
Dal nulla.
Una serie interminabile di flash ci abbaglia, siamo circondati da decine e decine di sconosciuti armati di macchine fotografiche e cellulari che immortalano da ogni possibile angolazione l’attimo fuggente della mano nella mano dei due vecchini.
Che incubo!
Ma chi cazzo stavo aspettando?

 
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Pubblicato da su 23 gennaio 2014 in Sogni

 

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Sogno n° 45 – Sigaretta elettronica

Ma dove va tutta sta gente alle cinque e mezza di mattina, cazzarola tutti a Milano vanno? Uno ce n’è volo a quest’ora, massimo 165 posti, ma qui siamo un milione in coda, questi mi fanno perdere l’aereo e non ho manco preso un caffè. Questi cordoli poi, mi sembra il labirinto di Minosse, ma per gente molto più cretina. E perché non attivano gli altri check-point, dobbiamo fare notte? Che testine, tre aperti e cinque chiusi e noi qui a fare i funci, bastardazzi che non sono altro. Meglio che me ne sto calmo tanto è inutile abiliàrisi di prima mattina.
Ecco l’hanno capito, meno male va, ne hanno aperti altri due, non vedo l’ora di passare sta camurrìa e andarmi a prendere un caffè ch’è dalle quattro che sono in piedi. Ci muoviamo, dai, dai forza veloci, veloci ché devo pure andare a pisciare. La signora che fa s’annàca o no, si sta fottendo duecento vaschette: una per la sciarpa, una per la borsa, una per bracciali, collane, orologio. Signora arriminamunni. Finalmente tocca a me. Metto le monete, le chiavi, il cellulare, il portafogli dentro il cappotto. Piego il cappotto e lo metto dentro una vaschetta. Tiro fuori il portatile dalla borsa e lo metto dentro un’altra vaschetta. Tolgo la giacca e la metto dentro un’altra vaschetta e sopra ci metto la borsa. Dimentico niente? Ah sì il biglietto cazzo e la carta d’identità. Apro la borsa e tiro fuori il biglietto, sotto la borsa c’è la giacca e nella tasca interna c’è il biglietto. Bene sono pronto, ho depositato tutto, mi avvio spavaldo ad attraversare il marchingegno mentre il rullo risucchia le mie vaschette. Lo sbirro mi guarda male ma io non lo cago. Che cazzo avrà da guardare? Controlla biglietto e documento, tistìa. Che cazzo hai da tistiàre? Passo con indifferenza attraverso il metal detector e scatta il finimondo.
UAUAUAUAUAUAUAUAUAUAUAUAU mille luci lampeggianti, abbaglianti, colorate mi perforano le pupille, dalla vetrata vedo potenti fasci di luce che dalla pista scannerizzano tutta la sala e si piantano sul mio viso, sento il rumore delle pale di un elicottero da guerra, una specie di Rombo di Tuono fermo a mezz’aria che mi punta, anch’esso, addosso una decina di lucine blu.
Il UAUAUAUAUAUAUAUAUAUAUAUAU continua assordante mentre dall’elicottero vedo calarsi con le funi un numero indefinito di militari, i loro volti sono dipinti con la pece e gli elmetti coperti di sterpi. Tutti contro di me? Ma non vi sembra di esagerare un tantino? Ma che, addirittura alle mie spalle arrivano i bersaglieri a cavallo con le tute antiradiazioni ed il pennacchio sullo scafandro. Giuro che non ho fatto niente!
Quello che sembra il capo di tutta l’operazione antiterroristica, una specie di Rambo venduto al nemico, mi si para davanti puntandomi un cannone sui denti. Non sapendo cosa fare alzo le mani. Lui digrigna i denti e noto che ha una fogliolina di lattuga rimastagli tra i premolari superiori. Mi scappa da ridere ma mi trattengo anche perché la puzza che sento sembra proprio quella della merda che mi sono cagato sotto e non sono nella condizione di ridere. Il Rambo venduto mi si avvicina, allunga una mano e mi tasta i pantaloni. Mi dà come l’impressione di essersi soffermato più del dovuto tra i miei genitali, ma è solo un’impressione, mi dico. Trova quello che cercava dentro la tasca sinistra, lo estrae, lo osserva, lo gira, lo rigira, inclina la testa per guardarlo da altre angolazioni dandomi l’impressione di un piccione.
Arriva una squadra di artificieri che gli intima di non muoversi e non agitare la scatoletta nera perché potrebbe esplodere da un momento all’altro, poi con lunghe pinze prendono in consegna l’oggetto misterioso e lo depongono su un bancone. Ci fanno allontanare tutti a distanza di sicurezza finché arriva l’esperto che con movimenti da esperto apre la scatola, ne estrae la sigaretta elettronica, fa un paio di aspirate, mi guarda e mi chiede: “Ma funzionano?”

2013-01-21-091_1

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2013 in Sogni

 
 
Free Animals, Loved & Respected

There are no words to justify the extermination Animal

ANDREA GRUCCIA

Per informazioni - Andreagruccia@libero.it

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Trent'anni e una vita che non vedo. Allora la metto a nudo, completamente, me stessa e la mia vita, in ogni suo piccolo, vergognoso, imperativo dettaglio, come se avessi una web cam sempre accesa puntata addosso. Svendermi per punirmi e per rivelarmi completamente al mondo, svelare le mie inadempienze come la laurea che non riesco a prendere e i kili da perdere, nella speranza che sia il mondo a vedere quel che io non vedo in me. Un esperimento che sarà accompagnato da foto e cronache dettagliate e che durerà un anno, il 2013 dei miei 30'anni. Se il mondo non vedrà niente neanche così, chiuderò tutto....

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