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A funtanieddra

A funtanieddra

1

Al centro del baglio c’era lei.
Stava lì da sempre, che io ricordi, ed era il centro del nostro mondo.
Quante ne ha viste e sentite: rappresentava la macchinetta del caffè degli uffici, per i grandi, e il più importante, unico, centro sociale per noi bambini.
Era quello il luogo deputato, per mamme e nonne, dove “sparraciuniàri”, mentre facevano il turno per riempire cati, pignati e biruna la mattina presto quando l’acqua arrivava per due ore.
Lì si risolvevano “quistiuoni” di maschi con qualche “tagghiatina” di faccia a lavaggio di onte che non avevano altro genere possibile di soluzione.
I piccoli, ma non troppo, si facevano ziti a funtanieddra di pomeriggio, sotto il pico del sole e si davano appuntamento, sempre a funtanieddra, per la sera. Non avveniva niente di sconvenevole, non poteva essere altrimenti sotto gli sguardi delle persiane intorno, solo uno scambio di promesse d’amore più lungo dell’eternità di una sera. Il giorno successivo capitava che le promesse non si ripetessero e lo zitamento era finito.
C’erano periodi di inspiegabile assenza di acqua per “guasti al collettore”, così diceva qualcuno informato e l’umore del baglio cambiava. Ricordo certi facci luogni, siddriatizzi come se fosse finito il sole, qualche vecchio saggio ripeteva a cadenze a muzzo: “murìu u scieccu, murìu!” tanto per scavallare l’asso sulla tragedia.
Quando raggiunsi la venerabile età di 3 anni potei finalmente assurgere all’ambìto ruolo di “frequentatore ufficiale ra funtanieddra” lasciando quello di osservatore per entrare nella schiera dei “taliàti”. La sensazione di essere guardato, che mi fece compagnia per almeno i quindici anni successivi, partì da lì.
I primi tempi tutti quegli occhi addosso mi infondevano un senso di protezione, ero sicuro che, da dietro le persiane, si sarebbero materializzati in caso di pericolo per la mia incolumità. Ma le prove da superare per essere accolto nel gruppo ufficiale erano tante e insidiose e si svolgevano in un luogo appartato del baglio: la stalla di Zu Caluoru quando lui non c’era.
Zio Calogero era u lattàru del baglio e dintorni. Con le sue quattro vacche riforniva di latte fresco “appena munciùtu, bellu cavuru” tutti gli abitanti del circondario. La stalla aveva un’apertura che dava nel baglio e l’altra, nella parete di fronte, che si apriva sulla campagna.
Ho ancora nelle orecchie i muggiti paurosi degli enormi mammiferi, la puzza di sterco nel naso e le mani piene di merda nella memoria.
Perchè la prima prova da superare per entrare nel circuito dei frequentatori ufficiali consisteva nell’attraversare la stalla e arrivare alla campagna. Facile no? Peccato che lo spazio tra i quattro giganteschi musoni delle mucche fosse, a mio insindacabile parere, eccessivamente limitato, mentre il “cacazzo” che le bocche fameliche potessero fare un sol boccone del mio grazioso corpicino, era smisuratamente esagerato. Così, per seguire gli altri esperti, raccolto tutto il coraggio maturato in quei tre primi anni di vita, corsi come un forsennato chiudendo gli occhi e tappandomi le orecchie. Ovviamente inciampai e caddi e le mie candide manine attutirono l’impatto col suolo andandosi ad abbellire con la merda fresca.
Ci sono situazioni nelle quali un uomo a venire deve racimolare tutta la propria dignità per non lasciarsi sopraffare dagli eventi, è richiesta anche una grande forza interiore e uno spirito temerario per non pensare alle conseguenze che le proprie azioni provocheranno: conseguenze fisiche e dolorose alle quali, l’uomo a venire, cioè io a tre anni, sarei andato incontro una volta a casa. Mia madre, convinta seguace del metodo montessoriano “Siddru cari ti rugnu u riestu”, avrebbe tatuato le impronte della sua mano sul mio glabro culetto.
Malgrado questi pensieri non piansi e mi rialzai, fetente, per raggiungere gli altri.
Sghignazzavano come vecchi ubriachi malgrado il più grande di loro non avesse più di 10 anni. Ero mortificato, indispettito, furente. Lasciai che l’ultimo stato d’animo prevalesse e mi lanciai a testa bassa contro chi capita capita. Capitò la pancia di Lillo che era minimo il doppio di me ma impreparato. Vacillò all’indietro annaspando con le braccia aperte e cadde per terra con me sopra di lui. Giustizia volle che il suo culo finisse preciso preciso sopra una delle tante cacate di vacca e tutti risero a crepapelle. Risi anche io felice di condividere il “Siddru cari ti rugnu u riestu” con qualcuno a conferma del detto: “Mal comune mezzo gaudio”.
Ancora oggi, nelle rare occasioni che, per un motivo o per l’altro, mi trovo a guardarmi il fondoschiena allo specchio, mi sembra di vedere, dipinta di rosso, la mano di mia madre sui glutei non più glabri a testimoniare quel mio gaudio condiviso di allora, e istintivamente mi massaggio.
Oltre alle sculacciate a pelle mi toccò il cartellino rosso con retrocessione immediata alla serie di provenienza: la “O” degli Osservatori, per una settimana. Me ne tornai a guardare il mondo con le gambe penzoloni incastrate nella ringhiera del balcone di casa mia mentre ipotizzavo, addentando la mezza mafalda con la mortadella, il prossimo trionfale rientro nel gruppo dal quale ero stato esiliato.
Fino ad allora non avevo mai avuto necessità di alcun rapporto con l’eternità, mai sentito parlare se non ne “L’eterno riposo” che recitava mia nonna col rosario in mano, che per me era una semplice litania senza significato. Ma dopo due giorni di gambette sporgenti a provare invidia per i compagni più fortunati riuniti alla fontanella, mi resi conto che l’eterno era il periodo tra l’inizio della mia quarantena e la sua fine.
Lillo però non aveva subito la mia stessa punizione, lui era tornato tra gli altri da subito.
Come funzionassero i cosiddetti “Detti” era un quesito a cui la mia mente non riusciva a dare risposta. L’unica certezza che ebbi fu che era meglio, per il futuro, non dar credito al “Mal comune…” eccetera eccetera perchè le sculacciate che ancora dolgono, io, me le beccai senza mezzi gaudi, mentre il buon Lillo, dopo la mia attenta e accurata analisi dal balcone, risultava uscito indenne e senza punizione dalla condivisione della merda di vacca.
Quando finalnente rientrai non ci fu nè fanfara nè giochi di fuoco ad accogliemi, niente di quanto la mia fantasia avesse costruito durante la quarantena. Non mi cacò nessuno manco di striscio, in compenso fui esonerato da altre prove di ammissione: non dovetti andare a rubare i manderini dal’albero e portarli ai compagni, non dovetti prendere scarafaggi in mano nè catturare lucertole per impiccarle al sole.
Mi accodai semplicemente seguendo il branco.
La pancia di Lillo che aveva tamponato l’irruenza della mia testa suggerì al proprietario, penso, un atteggiamento di rispetto nei miei confronti, malgrado la differenza di età (Lillo aveva 5 anni) e di peso. Fu quello il germoglio dal quale sbocciò la nostra amicizia che si sarebbe prolungata negli anni a venire fino a quando il destino impose la parola fine.
Senza tanti scambi di parole nè mignoli incrociati a suggellare amicizie del cuore, Lillo ed io ci trovavamo casualmente più vicini rispetto agli altri e alleati nei giochi di squadra tipo “Pitruliàta” o “Acchiàna u patri cu tutti i so figghi” versione baby. A “Ammuccireddru” ci ritrovavamo spesso nello stesso nascondino, zitti zitti, stretti stretti, trattenendo il respiro per non farsi scoprire.
Col passare del tempo e degli anni Lillo ed io formammo una coppia molto ben affiatata, tutti sapevano che “Sciarriàrisi” con uno di noi significava litigare con due di noi, ciò ci evitava, nella maggior parte dei casi, questioni inutili e superflue, nonché rispetto.
A funtanieddra ci vedeva crescere estate dopo estate (non era mai inverno, freddo e pioggia sono andati perduti negli antri inesplorati della memoria), silenziosa, se non per qualche gocciolamento quando si consumava la guarnizione del premistoppa. Assisteva ai mutamenti dei frequentatori, sia quelli fisici dovuti alla crescita, sia quelli mentali che comportamentali, influenzati dai mondi che l’ambiente scolastico ci spronava a conoscere. Diventava il doposcuola del baglio.
Lillo andava in terza ed era ormai un esperto in scuole, mi prese sotto la sua ala protettiva fin dal primo giorno quando mi ritrovai solo in una classe di pericolosi sconosciuti. Lui, grande e grosso, mi accompagnò con un braccio sulla mia spalla rassicurandomi e raccomandandomi ché ero “cosa sua” e nessuno si sarebbe permesso di farmi uno sgarbo. Capii che Lillo era uno che contava perché nessuno mi fece uno sgarbo.
Quando cominciò la refezione ricambiai l’amicizia cedendo a Lillo metà del mio semprefresco con sgombro, era un grosso sacrificio perchè in quei momenti e a quell’ora del giorno, il sapore e l’odore di quella grazia di dio unta d’olio rappresentavano tutta la squisitezza che un uomo in fieri potesse desiderare. Lillo cresceva in fretta e fu uno dei primi a portare i pantaloni lunghi, invidiato da noi tutti che ancora dovevamo mostrare al mondo i nostri ginocchietti scorticati.
Si cresceva comunque, anche con le gambe scoperte si affrontava il mondo e si puntava ad un obiettivo: i pantaloni lunghi, una tappa della vita che avrebbe segnato il passaggio all’età dei più grandi. Intanto l’amicizia con Lillo mi consentiva di avvicinarmi al suo mondo, di sentire e vivere come i grandi, di parlare come loro, di fare apprezzamenti da grandi nei riguardi delle compagne, anche se mi sentivo arrossire per l’imbarazzo di ascoltare la mia voce pronunciare parole del tipo: “bona, minchia, pezzu i sticchiu”, avendo solo una vaga percezione del loro significato.
Questo mio atteggiamento appariva, agli occhi dei coetanei, come quello di uno spaccone e mi portava rapidamente verso l’emarginazione da parte dei perbenisti che additavano me e il gruppo al quale mi andavo sempre più amalgamando, come “malacarni”.
Il malacarne era un individuo pessimo e pericoloso, violento e litigioso che poteva stare solo coi malacarni come lui, incuteva timore e aveva il rispetto dei cacasotto.
Per mantenere tale status dovetti adeguarmi e partecipare alle malefatte che, soprattutto Lillo, ormai capobranco, organizzava.
Gli obiettivi da colpire erano soprattutto “i fimmini” e i più piccoli. Nei confronti delle prime erano indispensabili una buona dose di volgarità e palpeggiamenti arroganti di parti intime accompagnati da proposte scurrili di sesso: quest’ultima abilità era fondamentale con le più carine. Ai maschietti bisognava dare scappellotti o calci in culo, strappare la matita dalle mani e spezzarla, fare lo sgambetto. Se qualcuno accennava un minimo segno di reazione, si trovava accerchiato dal branco.
Io apprendevo in fretta ed essendo il più piccolo del gruppo, mi inorgoglivo con gli sguardi e i compiacimenti ammirati dei più grandi. Mi davano la carica e mi spronavano verso imprese sempre più temerarie.
Quando ci ritrovavamo alla fontanella con alcuni dei compagni di scuola, il mio atteggiamento era quello solito di bambino tranquillo, consapevole com’ero delle persiane con gli occhi. Anche gli altri malacarni, in verità, avevano un comportamento da baglio, non so se perché si sentissero controllati anche loro, ma erano quasi normali. Tutti eravamo normali, anche quelli che subivano le nostre angherie si comportavano come se nulla accadesse a scuola, forse qualche occhiata malevola sfuggiva a qualcuno, ma un nostro “Chi è c’è cuosa?” bisbigliato a mezzi denti, bastava a far intendere che ogni eventuale forma di ribellione da parte loro avrebbe avuto conseguenze nefande il giorno dopo a scuola.
Il legame tra me e Lillo si andava consolidando giorno dopo giorno, “malantrinaria” dopo “malantrinaria”.
Il mercato adiacente al baglio, mi confidò Lillo, era un obiettivo allettante per passare di livello ed elevare le nostre scorribande a un grado superiore, lì avremmo potuto rubacchiare qualcosa con molta facilità protetti dalla fiumara di gente intenta a scegliere le mercanzie da acquistare. Lui, da buon capo, ci fece da apripista per dimostrare, a me e agli altri tre accoliti, come procedere all’acquisizione impropria di beni altrui.
Quel giorno mi convinsi che ci sono alcuni individui che nascono con particolari doti di natura difficilmente acquisibili da insegnamenti altrui. Lillo non aveva frequentato alcun corso di ladro di mercatini eppure si destreggiava con tale abilità da sembrare un professionista, si insinuava, malgrado la mole, tra i fianchi della gente, allungava una mano e afferrava una mela che faceva sparire sotto il maglione infilato dentro i pantaloni e proseguiva tranquillo, fischiettando con le mani in tasca e aria da gradasso. Veniva da noi, ci consegnava il bottino col sorriso di chi la sa lunga, ci chiedeva se volessimo una pera o una banana e andava a prenderla.
Facemmo indigestione di banane.
Nel giro di qualche settimana eravamo diventati tutti e cinque bravissimi, sembravamo uno sciame di cavallette invisibili, dove passavamo noi i “putiàri” vedevano sparire inspiegabilmente qualche elemento della loro esposizione. Capitava, di rado in verità, che il frutto trafugato compromettesse la perfetta piramide esposta facendone rotolare per terra gran parte degli altri. C’era sempre qualche signora disposta a difendersi: “Io un fuvi!”, mentre noi ci eravamo già dileguati.
Non mangiavamo tutto, portavamo a quelli della fontanella gran parte della refurtiva. Ciò accresceva la nostra importanza agli occhi degli altri frequentatori abituali.
La “Putìa ri l’Orcu” fu la tappa successiva. Era una bottega che vendeva di tutto, situata all’angolo di una traversa della via principale del mercato, una specie di paese dei balocchi per i piccoli, una merceria per i grandi. Era molto frequentata specialmente dalle signore che facevano i “custurièri” e vi trovavano “augghi e spinguli, buttuna, spagnuliètti” e poi “pettini stritti pi piruocchi”, “liscìa, canderina e sapuni”. C’erano utensili vari, chiodi, “runculi” martelli, “cardarelli” per diversi mestieri.
Vendeva “strummuli”, piombo e polvere da sparo, bamboline, caramelle, “ruoti a pallinu” per i “carruzzuna” e i pattini. Vendeva i golosini che erano il nostro principale obiettivo.
Erano una specie di bombolone a forma di “minna” con la base di soffice wafer ricoperto di cioccolata che imprigionava una gustosissima panna. Una squisitezza da acquolina in bocca a litri che costava 10 lire, roba da ricchi per noi che non avevamo soldi, mai avuti e mai sentita la necessità di averne. Però avevamo sempre fame.
L’orco era un vecchio mezzo cieco che gestiva il negozio coadiuvato dalla moglie, altrettanto vecchia ma grassa quanto una “quartàra”. La bottega faceva da casa e putìa.
Il piano che Lillo ci illustrò, dopo giorni di appostamento necessari a trovare i punti deboli per impossessarsi dei golosini senza correre rischi, consisteva nell’entrare in tre dentro la bottega quando non c’erano acquirenti (nelle prime ore del pomeriggio) e l’orco sonnecchiava dietro il bancone mentre la moglie era persa nel retrobottega probabilmente ad accudire la casa. Uno di noi doveva chiedere una delle “strummule” che erano appese alla sua sinistra e, mentre l’orco si girava, gli altri due dovevano infilarsi nello spazio tra il bancone e lo scaffale sul lato opposto, prelevare un tot di golosini dallo scaffale proprio di fronte, nasconderli nelle tasche e tornare rapidamente a guardare, con indifferenza, la merce esposta.
Era un piano piuttosto temerario, c’era il rischio di essere scoperti dall’Orco ed essere trasformati in cibo per i sui denti scarsi e ingialliti. Perché era risaputo che quell’omone adorava la carne tenera dei bambini, li attirava in trappola offrendo loro qualche caramella, li catturava, li portava nel retrobottega e li sbranava tempo niente. Ma, anche se mi cagavo sotto non espressi i miei timori agli altri, avevo una dignità da mantenere e mi stavo costruendo un curriculum di tutto rispetto, non potevo compromettere tutto il lavoro fin lì svolto. Fui d’accordo e, per scacciare ogni perplessità mi offrii per partecipare alla prima incursione.
Entrammo attraverso il portone di legno massiccio scrostato e mentre Lillo chiedeva la strummula all’Orco io e Saro aguzzavamo la vista e l’udito per carpire ogni rumore o movimento proveniente da dietro la tenda che dava nel retrobottega, non volevamo essere colti in flagrante da un eventuale ritorno della moglie. Appena il vecchio si girò Saro ed io ci precipitammo sulla preda. C’erano solo quattro golosini nella scatola da sei, la presi io, me la infilai sotto la maglia e mi precipitai fuori seguito da Saro mentre il vecchio era ancora girato.
Missione compiuta.
Raggiungemmo gli altri due appostati all’angolo della “vanieddra” e, in attesa di Lillo, raccontammo loro l’impresa epica, con tanta falsa e malcelata modestia. Passò un bel po’ di tempo e Lillo non spuntava, cosa era successo? Non avevamo alcuna idea sui motivi del contrattempo se non la peggiore immaginabile: l’Orco ha scoperto il furto, se l’è presa col nostro amico e se l’è mangiato. Ce la bisbigliammo ridacchiando, mica credevamo davvero a queste dicerie, anche se, sotto sotto eravamo seriamente preoccupati e cacati.
E il tempo passava.
Uno propose di ingannare l’attesa mangiando i golosini e fu malamente apostrofato come traditore. Disse che scherzava, ma, per sì e per no, da allora in poi fu soprannominato “Giuda”.
“Cchiù friscu r’un quartu i pullu” era una frase che avevo sentito dire già in passato ma senza coglierne il significato, fino a quando Lillo spuntò dalla vanieddra e il suo aspetto mi apparve come un lampo esplicativo del misterioso modo di dire. Ciondolava tranquillo con le mani in tasca fischiettando come se nulla fosse. Eravamo felici che fosse vivo e integro ma una risposta alle nostre domande sul suo ritardo era più che lecito aspettarsela. Lui se ne uscì semplicemente dicendo che aveva perso tempo. E basta.
Ci allontanammo dal luogo del delitto in silenzio e giunti a una distanza di sicurezza tirai fuori la scatola per dividere i golosini proponendone uno ciascuno per Lillo, Saro e me, che avevamo compiuto l’impresa, e uno diviso a metà tra Giuda e Giacomino che non avevano fatto niente. Ma Lillo non ne volle, disse che non gli piacevano. Lo guardammo perplessi non più di un secondo prima di trangugiare la prelibata refurtiva e tornare al nostro baglio.
La fontanella era attorniata, come consueto, dagli altri ragazzini del baglio che ci scrutarono sperando di carpire qualche particolare del nostro aspetto o atteggiamento che svelasse loro i nostri intrighi segreti. Non so quanto veritiera potesse essere ma questa era la mia sensazione. Guardai le persiane intorno. Anche lì dietro, ero convinto, si celavano sguardi indagatori, occhi che scavavano dentro i nostri cervelli, inquisitori clandestini. Dovevamo fare come se niente avessimo fatto. Ci unimmo agli altri come se niente avessimo fatto, ma io, personalmnente, non riuscivo a non rimuginare sul ritardo privo di spiegazioni di Lillo e lo scrutavo così come scrutato mi sentivo io.
Quella notte dormii poco.
Dopo il primo sogno nel quale l’Orco afferrava Lillo per il collo, lo sollevava come un fuscello, lo portava alla bocca e gli staccava la testa con un morso, mi svegliai sudato e terrorizzato e non volli più addormentarmi per paura di sognare ancora. L’incubo mi era sembrato così realistico che trascorsi gran parte della notte nell’attesa del giorno per controllare che Lillo fosse vivo. La distinzione tra quanto sognato e quanto vissuto si era così affievolita, mescolata, ingarbugliata che sentivo la testa volteggiare nell’aria e rimbalzare vuota in balia di folate di vento. Immaggini viste: Lillo che ci raggiungeva fischiettando, immagini sognate: l’Orco con la testa di Lillo in bocca e immaggini immaginate: Lillo che sferrava un colpo di falce al vecchio facendogli saltrare la testa, alla fine mi accompagnarono tra le braccia di Morfeo, disfatto.
Alla fine Lillo era illeso ma piuttosto “mutangaro” e leggermente scostante, tant’è che nel tratto di percorso fino a scuola litigò con uno senza un valido motivo se non un semplice sguardo, probabilmente da lui interpretato come malevolo. Il malcapitato si buscò uno schiaffo e l’appellativo di “frocio” che lo accompagnò per parecchio tempo. Anche io fui apostrofato malamente quando cercai di “mittiricci a buona” e invitato a non immischiarmi negli affari suoi. Ci rimasi molto male perché fino ad allora Lillo mi aveva sempre considerato l’amico del cuore, ed io lui.
Ma quella era un’età in cui ci si pongono molte domande ed il più delle volte si dimentica di attendere o cercare le risposte perché il loro valore scema in modo proporzionale con lo scemare dell’interesse, gode di vita limitata che si spegne col sorgere delle domande successive.
Si viveva alla giornata, al momento, così.
Quando, all’uscita della scuola, chiesi a Lillo il significato di “frocio” lui mi rispose che i froci erano quelli che guardavano i maschi invece delle femmine. Gli chiesi che male ci fosse e lui mi rispose che ero ancora troppo piccolo per capire. La risposta era insufficiente ma, come detto, la domanda successiva prese il posto della precedente e gli chiesi quando saremmo andati a rubare i golosini all’orco. Lillo mi guardò male mentre mi rispondeva che a lui i golosini non piacevano, me l’ero dimenticato?
Poi si avvicinò a una bambina di quinta e le fece apprezzamenti sulle minne (inesistenti) che le avrebbe sucate, ottenendo come risposta l’invito ad andare a sucare le minne di sua sorella.

2

I giorni seguenti non andammo a compiere razzie al mercato, Lillo era taciturno e sempre più scontroso anche nei nostri confronti, come se non facessimo parte della sua banda. Più volte si trattenne a stento dallo spintonarmi infastidito da qualche domanda da me posta incautamente. A me sembrava normale chiedergli il motivo del suo cambiamento, che amici eravamo? Dovevo ancora imparare parecchie cose sull’amicizia.
Ogni tanto nel primo pomeriggio Lillo spariva non si sa dove. Con Saro, Giacomino e Giuda ci facevamo qualche domanda, ci rendevamo conto che il nostro gruppo si stava sfasciando per l’assenza del capo, forse non voleva più essere il nostro capo? Decidemmo di continuare anche senza di lui e per rafforzare la nostra decisione ci recammo subito al mercato.
Ormai eravamo esperti e il furto della semplice frutta non ci dava più la carica adrenalinica dei primi giorni, senza dircelo ci rendemmo conto, guardandoci col bottino, che non eravamo soddisfatti. Non era solo l’assenza del nostro capo che non ci faceva sentire dei Nembo Kid, i nostri furtarelli erano ormai un giochetto da bambini, la via da seguire era quella iniziata coi golosini dell’Orco, quella era la vera impresa. Bastarono poche mezze parole per convincerci l’un l’altro a dirigerci verso la vaneddra del mostro. Fu in quei paraggi che vedemmo Lillo.
Spuntò proprio dalla traversa all’angolo della quale c’era la putìa dell’orco. Si muoveva con fare circospetto, come se avesse paura di essere visto e noi ci bloccammo d’istinto cercando di mimetizzarci tra la gente. Lillo non ci vide e si diresse verso la parte più interna del mercato. Lo seguimmo a distanza di sicurezza, tutti e quattro eravamo troppo curiosi, lo dimostrava il fatto che ci muovevamo quasi in sincrono senza esserci parlati. Lillo entrò dal tabaccaio e noi ci bloccammo. Ne uscì di lì a poco e, in preda a una crisi di tosse, prese la direzione del ritorno venendoci incontro. Fummo colti dal panico di essere scoperti e con un dietrofront repentino ci allontanammo svelti per distanziarlo. Forse fu la tosse che gli impedì di vederci ma noi avevamo visto molto chiaramente che teneva una sigaretta tra le dita.
Tornammo alla fontanella mentre ci accaloravamo, più che per la velocità dei passi, per le considerazioni su Lillo che ci aveva abbandonati per una nuova vita da solitario fumatore. E poi: cosa ci faceva dall’orco? Perché era chiaro che usciva dalla sua bottega, non c’erano altre putìe nella vanieddra, chi gli aveva insegnato a fumare a 8 anni? E i soldi? Nessuno di noi aveva mai avuto soldi, non sapevamo quanto costassero le sigarette ma certo, per averla, la doveva averla comprata. O rubata?
Smettemmo il nostro scambio di domande in presenza degli altri e ci unimmo a chi stava organizzando il nascondino.
“Ammucciarieddru” era sinonimo di libertà, potevi andare dovunque a nasconderti: nella stalla di Zu Caluoru, nel diroccato abbandonato della vecchia fabbrica di pelli, dietro i muretti di cemento che delimitavano gli spazi privati davanti gli ingressi delle case, dentro i portoni e anche nelle case stesse di quelli che abitavano a piano terra. C’era l’imbarazzo della scelta, unica accortezza necessaria: non nascondersi tanto bene da essere dimenticati nè troppo lontani dal “Batti banni” o “Liberi tutti”.
Mariuccia era una mia cugina più grande di me, lei aveva 10 anni e mi piaceva molto quando capitava che ci nascondessimo nello stesso posto.
Come quel pomeriggio che ci trovammo casualmente stretti stretti tra due pilastri della vecchia conceria. Senza conoscerne il motivo il contatto col suo corpo mi dava una sensazione di benessere, la sentivo aderente, quasi come se la mia pelle e la sua si fondessero in un unico strato condiviso. Forse anche Mariuccia aveva la mia stessa sensazione. Mi chiese se avevo la zita e io mi schernii dicendole che ancora ero piccolo per queste cose. Lei rise e io la zittii perché c’era il rischio di farci scoprire. Le chiesi se lei aveva lo zito e mi rispose che non l’aveva più. Le chiesi se si erano baciati come i grandi e lei ridendo mi rispose: “Come così?” dandomi un bacio in bocca. Mi asciugai la saliva che mi aveva lasciato tra le labbra prendendola per pazza. Lei rise ancora e fummo scoperti.
La nostra corsa per arrivare al muro dove battere le mani prima di Gaspare fu inutile e dato che prima c’era stato un “Liberi tutti”, toccò a me, per cavalleria nei confronti di Mariuccia, mettermi faccia al muro e fare la conta.
“Uno due tre chissà cosa fa Lillo sembra sparito quattro cinque sei Mariuccia mi ha baciato è pazza sette otto che schifo i baci come i grandi nove dieci io non mi sposo a cu viu viu.”

3

“A cu viu viu” insieme con “Batti banni” e “Liberi tutti” erano le tre frasi fondamentali del nascondino, come il rituale di una messa. Bisognava gridarle perché tutti sentissero, per evitare contestazioni e sciarre.
Le sciarre, come gli zitamenti, erano quasi sempre “Per tutta la vita”, un periodo temporale molto elastico che variava dai cinque minuti fino, nei casi più gravi di sciarre forti, a tutto il pomeriggio.
Andai alla ricerca dei compagni di gioco concentrando vista e udito per percepire ogni minimo rumore o movimento. Lillo e Mariuccia erano già pensieri vecchi.
È il miracolo che avviene solo da bambini quello di accantonare i pensieri in maniera naturale ed è bellissimo perché sembra non lascino scorie questi pensieri persi per strada. Salvo riemergere a distanza di anni. Gli interessi si concentrano sulle piccole cose che catturano lo sguardo, su suoni, silenzi e rumori, sugli odori, sui sapori, per un tempo limitato a quel singolo momento. Poi si ricomincia con nuovi interessi che sostituiscono quelli di un attimo prima, già vecchi.
Dovevo trovare i compagni nascosti, questo era il mio unico interesse, ora.
Mi muovevo con passettini lenti laterali, al rallentatore, leggermente piegato, una mano davanti e l’altra dietro per ridurre la distanza col muretto del “batti banni”. Allontanarsi troppo era rischioso, il braccio proteso all’indietro accorciava la distanza mantenendo il legame del cordone ombelicale con la salvezza. Nel gioco del nascondino l’importante non era scoprirli tutti bensì scoprire l’ultimo e arrivare al muretto prima di lui. Guidato dall’istinto, forse, o per caso, più probabile, andai dove prima eravamo nascosti io e Mariuccia e mi trovai di fronte a una scena sconvolgente.
“A cusuzza” di Alfredo mi parve enorme mentre, accanto a Mariuccia che guardava divertita, spruzzava la pipì lontano. Che vergogna, come poteva pisciare davanti a una bambina senza pudore, ridendo anzi? Alfredo era coetaneo di Mariuccia, erano compagni di classe, probabilmente avevano parecchia confidenza, ma farsi vedere così proporio non lo capivo.
Mi videro e mi fecero segno, con la mimica dell’indice davanti la bocca, di starmi muto. Entrambi. Complici.
Gridai “Visti Alfredo vista Mariuccia!” e corsi verso il batti banni.
Per quel giorno non volli più giocare, abbandonai il baglio e rincasai. Mi aspettava mezzo torcigliato con la mortadella.
A me piaceva di più la mafalda, bella gonfia di soffice mollica, ma i miei si ostinavano a comprare i toircigliati perché piacevano meno e duravano di più in quanto la masticazione della crosta croccante richiedeva più movimenti di mandibola. Queste considerazioni non le fece mai nessuno, è solo una mia supposizione, non di allora ma di età adulta. Non saprò mai se era davvero questo il motivo. Quelle volte che mi tornava in mente, insieme al profumo della mortadella, il torcigliato, i miei non erano più a portata di domanda.
Quella giornata, una come tante, la conclusi con un sonno di parecchi anni. Mi svegliai in prima media.

4

Una meta fondamentale dell’adolescenza è rappresentata dall’approdo in prima media. Non è un punto di arrivo bensì la banchina dalla quale salpare alla conquista del mondo. La linea di confine si sposta più in là e i nuovo spazi inesplorati diventano l’habitat naturale per i tre anni a seguire. La specie umana si arricchisce di nuovi esemplari, alcuni dei quali detteranno i canoni di accattivanti stili di vita. Si tenta, con convinzione, di lasciare alle spalle tutto il vissuto per non ostacolare, con scorie inutili, l’assimilazione delle nuove entusiasmanti esperienze dei grandi.
I pantaloncini corti si attardavano addosso a me con estenuante determinazione, come a voler mantenere saldo il legame col passato.
Del mio passato, oltre alle coscette scoperte, portavo il ricordo di un’amicizia svanita nel nulla, l’amicizia fraterna di Lillo che aveva cambiato paese. Anche se negli ultimi anni era diventata un’amicizia silenziosa, priva di rapporti, dentro di me lo avevo considerato sempre amico e ora, con tutti quegli sconosciuti, sentivo la mancanza della sua protezione.
La fontanella rimaneva il ritrovo sicuro di sempre.
A Mariuccia erano apparsi due rigonfiamenti nel petto, ma lei ormai andava al magistrale e, con la fama di “Pulla” che le era stato cucita addosso dall’episodio della pipì di Alfredo, le minne erano un corredo indispensabile.
Mentre Alfredo era diventato “U pisciastrati”.
Nascevano così “I ‘nciùrî”, da un semplice episodio, dal passaparola bisbigliato, dalla fantasia. C’era “Abballachicani”: un ragazzino del baglio che era stato visto una volta, una sola volta non si sa da chi, mentre eseguiva dei passi di danza tenendo le zampe anteriori del suo bastardino. C’era “U Manciasierpi” che aveva staccato la coda di una lucertola con un morso. “U Fimminieddru”, “U Scantatu”, “Asciucabalati” e diversi altri. Io rientravo, non so per quale grazia suprema, tra quelli senza ingiuria. C’è da dire che gli ingiuriati non erano soggetti a discriminazioni, partecipavano alla vita di tutti i giorni come tutti noi, con tutti noi.
Ero particolarmente contento quando “A Pulla” cioè Mariuccia, si univa a noi per giocare, forse nutrivo la speranza, non so quanto inconscia, di vederle le minne.
Tra masculiddri c’era una specie di tacita competizione, specialmente tra noi più piccoli che avevamo poche chances rispetto ai coetanei della Pulla. Lei, supponevamo, le mostrerà sicuramente ai grandi e, sempre sicuramente, se le farà toccare. E noi? A che età scattava il passaggio di categoria? Qualche nostro coetaneo, ogni tanto millantava di visioni paradisiache, di minnone grosse quanto un pallone e noi, anche se non credevamo a una sola parola del bugiardo di turno, ci facevamo raccontare tutti i particolari, più e più volte, credendoci.
Io, data la parentela con Mariuccia, non potevo mostrarmi molto interessato ed evitavo di farle le richieste esplicite degli altri maiali.
Comunque, gira vuota e firrìa, Mariuccia cominciò a far parte costante dei mie pochi pensieri. Capitava che andassi da solo a fare pipì tra le macerie della conceria, nello stesso punto marcato da Alfredo davanti a Mariuccia, nella segreta, inconfessata speranza, improbabile col senno di poi, di essere visto da lei. Il pensiero mi turbava piacevolmente e mi accompagnava in trastulli senza finalità.
Poi, un pomeriggio come tanti, uno di quelli che rimbalzavano inutili tra una mattina e una sera anonimi, accadde quello che mi fece compiere un bel salto in lungo che valeva, per la mia testolina confusa, minimo due, tre anni di curriculum vitae.
A casa di zia Ancilina, la mamma di Mariuccia, si entrava da un cancelletto arrugginito che nei tempi di massimo splendore sicuramente era verde. Si arrivava al piccolo spiazzo davanti l’ingresso dell’edificio, attraversando uno stretto corridoio acciottolato a muzzo che costeggiava, sulla sinistra un giardinetto con orto e sulla destra la parete di cemento grezzo della palazzina a due piani dei quali, solo il pianoterra era ultimato.
Zia Ancilina e zio Ciccio erano considerati benestanti per via di questa proprietà in perenne costruzione, il padre della zia aveva iniziato i lavori da zero e, mattone dopo mattone, era arrivato a ultimare la parte bassa fino a quando era rimasto in vita, dalla sua dipartita i lavoiri si erano fermati.
Quel pomeriggio attraversai il cancello e, invece di immettermi sul corridoio, sgattaiolai sulla destra tra i rovi che circondavano la parte posteriore della costruzione, quella che dava sul baglio attraverso una palizzata. Di spalle stava la casa, come se volesse snobbare chi nel baglio viveva.
Non so se l’esposizione della palazzina fosse casuale o studiata in base al sorgere e al calare del sole, fatto sta che la famiglia di Mariuccia era conosciuta come “I naschi tisi”, quelli con la puzza sotto il naso, probabilmente per la posizione altezzosa della loro proprietà.
Non avevo un piano criminoso quel pomeriggio, non sapevo cosa volessi fare, sapevo solo che avevo visto uscire i suoi genitori e la finestra della stanza di Mariuccia dava proprio su quei cespugli che mi stavano graffiando a sangue le gambette scoperte. Arrivato alla finestra, sporgendomi sulla punta dei piedi in equilibrio sulla sporgenza alla base del muro, guardai dentro e la vidi subito, come non l’avevo mai vista prima, la vidi. E lei vide me, ma non si scompose.
Rimase, mezza nuda com’era, seduta di traverso sul letto, spalle poggiate alla parete di fronte la finestra dalla quale avevo fatto capolino, con una mano tra le mutande e l’altra nelle minne che mi sembrarono enormi. Sorrise vedendomi e continuò con quei movimenti strani che mi ricordarono i miei trastulli solinghi di qualche giorno prima. Istintivamente mi abbassai sotto il davanzale, rosso di vergogna, non so se per per essere stato sgamato subito o per ciò che avevo visto, ma lei ridendo mi chiamò: “Rusulì viri ca ti vitti, niesci!” mi disse.
Ebbene sì, il mio nome è Rosolino, “Rusulì” fino a una certa età, diciamo fino a quando una, della quale deciderò in seguito se parlare, mi chiamò Lino con gli occhioni, a me piacquero gli occhioni e presi il pacchetto completo.
Titubai alzando un poco la testa, sbirciai e tornai subito giù.
“Amunì un fari u scimunitu chi fa’ t’affrunti, un’hai mai vistu una fimmina anura?”
Non le dissi che nemmeno mia madre avevo mai visto nuda per non sembrare troppo piccolo ma non le dissi altro, tacqui col cuore impazzito come quando facevamo le corse. Lei insistette e mi mise davanti alla scelta: “O vieni rientra o ti ‘nni vai!”. Decisi che non avevo altra scelta e mi alzai, facendo leva sulle braccia mi issai fino al davanzale e, senza mai guardarla, entrai nella sua stanza. Ero sudato fradicio col viso paonazzo, come testimoniava uno specchio. Mariuccia mi invitò a sedermi accanto a lei e ubbidii imbarazzato, in silenzio.
“Ti piacinu i me minni?” mi chiese sollevandole entrambe da sotto.
Feci sì con la testa mentre la guardavo con la coda dell’occhio.
“I vo’ accarizzari?”
Feci una di quelle espressioni che nella mia testolina intendevano dire: “Non ora, magari un’altra volta, tra qualche anno, quando sarò più grande per queste cose.”
Lei diede invece un’altra interpretazione alla mia smorfia.

5

Mi prese entrambe le mani, la lasciai fare, me le tirò a sè fino a poggiarsele sui seni. Il contatto con la sua pelle morbida mi provocò l’immediato esaurimento della salivazione, mi leccavo invano le labbra secche cercando di inumidirle mentre Mariuccia premeva le sue mani sulle mie per farsi stringere. La guardavo chiudere gli occhi alzando la testa, passare anche lei la lingua sulle labbra rosse, la sentivo sussurrare frasi incomprensibili che interpretavo come un invito a non fermarmi. Il mio corpo aveva una reazione nuova, sentivo un rimescolio al basso ventre, una sensazione sconosciuta, quasi dolorosa, ma mi piaceva. Mariuccia si distese sul letto e mi tirò su di sè abbracciandomi forte forte da farmi mancare l’aria. Sentii la sua bocca sulla mia, stavolta persistente.
Mi girava la testa, non sapevo quale fosse il comportamento idoneo alla situazione, dove mettere le mani, rimaste imprigionate all’altezza delle sue ascelle, da quell’abbraccio vigoroso, ma soprattutto cosa fare con la sua bocca appiccicata alla mia. Aveva un sapore che mi sembrava aspro, come se avesse mangiato limone, premeva la lingua sulle mie labbra come se volesse aprirmele, che schifo!
Si muoveva spingendo il bacino e mi imprigionava tra le gambe. Mormorava col fiatone di muovermi, di fargliela sentire bella dura, di ficcargliela. Allentò un attimo la presa, giusto il tempo per tirarmi giù pantaloncini e mutande insieme e tornare a sbattersi contro di me con maggiore veemenza e velocità.
Capii che non dovevo fare altro che accontentarla quando mi resi conto che provavo piacere.
Stavamo facendo qualcosa che avevo sentito dire ai grandi senza averne mai compreso l’utilità, nemmeno in quel momento, a dire il vero, ne comprendevo la finalità. Vedevo le stelle lampeggiarmi dentro gli occhi chiusi, sentivo le orecchie otturarsi e poi stapparsi con un fischio lungo e acuto che sembrava durasse in eterno, colavo sudore che si mischiava a quello di Mariuccia, ansimavo con la bocca spalancata ormai proprietà della sua lingua, muovendomi in maniera sconclusionata, senza conoscere i ritmi necessari in quella ignota attività. Ma mi piaceva. Era una specie di sofferenza ma mi piaceva.
Quando sentii tutto il corpo contrarsi pervaso da un brivido che mi attraversò da capo a piedi, mi abbandonai esausto su Mariuccia. Anche lei si era immobilizzata e aveva allentato la presa lasciando scivolare le braccia molli sul letto.
Rimasi immobile per un tempo indefinito, volevo che fosse lei a fare la prima mossa successiva, facevo il morto, avevo troppa vergogna di togliermi da sopra di lei, mi avrebbe visto nudo, avrebbe guardato sicuramente il mio cosino che, pensavo, non aveva un aspetto presentabile. Se fossi stato più grande probabilmente avrei allungato una mano verso il pacchetto di sigarette, ma quelle erano soluzioni di là da venire. Per me.
Mariuccia si mosse, mi chiese se ero vivo e, al mio accenno di vita, mi chiese se mi era piaciuto. La voce non mi uscì ma mossi il capo in senso di assenso. Mi scostò e si alzò, aprì un cassetto del comò, cercò dentro e ne estrasse una sigaretta. Uscì dalla camera, così com’era cioè nuda, per tornare poco dopo con la scatola di fiammiferi, si mise alla finestra, accese la sigaretta, tirò una lunga boccata da esperta fumatrice e soffiò la nuvola di fumo, sporgendosi fuori dalla finestra. Compresi che era un rito e dedussi, con rammarico, che Mariuccia era proprio una pullazza.
Quando si ha quell’età la logica è di una semplicità priva di imbarazzo, non esistono circuiti alternativi per arrivare al risultato del “due più due fa quattro”, i ragionamenti sono elementari, senza sovrastrutture culturali, senza giustificazioni attenuanti. Due più due quattro fa, non altro. Mariuccia pulla era, non altro. Dovevo sposare una pulla, questo destino avevo scritto quel pomeriggio su quel letto di quella casa del baglio con fontanella annessa. Perché quello che avevamo fatto era una cosa da grandi sì, ma sposati ed io ero un galantuomo, o meglio “galanbimbo” che si sarebbe assunto le proprie responsabilità sposando la donna con la quale pensavo di aver fatto l’amore.
La guardai alla finestra, i suoi capelli ricci, lunghi, neri, contornati dalla luce esterna di quel caldo pomeriggio di maggio, conferivano al suo aspetto un’alone magico. Quella visione mi convinse che Mariuccia era una fata, pulla ma fata, che mi aveva ammaliato. Non potevo sfuggire al mio destino, avrei sposato la fata pulla.
Presi coraggio e la rassicurai dicendole di non preoccuparsi di niente perché avrei pensato a tutto io per il matrimonio, non subito ma appena avrei trovato un lavoro. Lei si girò, mi guardò strana, con le gote gonfie e la mano sulla bocca, come se stesse per scoppiare trattenendo conati di vomito. Non ce la fece, scoppiò in una risata che mi fece preoccupare. Lei, continuando a ridere, si buttò sul letto a nascondere il viso affondato sul cuscino. Vedevo il suo corpo sussultare come se stesse piangendo e le poggiai una mano sulle spalle chiedendole se si sentiva male. Continuò per un poco con quei movimenti convulsivi finché lentamente si placò. Si alzò asciugandosi gli occhi, mi guardò e scoppiò nuovamente a ridere. Stavolta non equivocai, rideva come una folle. Quando finalmente tornò calma riuscì a parlare: “Rusulì ma chi si’ scimunitu?” mi disse, e tornò a ridere.

6

Io non capivo e le chiesi il motivo di quelle risate e lei continuò a sghignazzare come se le avessi dato la carica, mi guardava e rideva, così fino allo sfinimento. Poi finalmente si ricompose e mi accarezzò sul viso spiegandomi: “Rusulì io ti vogghiu bièniri, semu cucini, parienti e ‘nni fìcimu sulu una schiniàta, niente di grave gioia, non ti devi preoccupare di niente, ora c’una lavata e n’asciucata è nuova comu prima.”
“Ma cùomu non abbiamo fatto cose da grandi?” protestai.
“No Rusulì un ficcàmu, schiniamu sulu, io vergine sugnu e tu un ma ‘nfilàsti.”
Rimasi a bocca aperta, smarrito e un po’ deluso, però capii che se non si infila non vale.
Mariuccia mi raccomandò di non dire niente a nessuno e mi fece fare il giuramento solenne che si usava allora: portai la mano sinistra al petto, alzai la destra e dissi: Tu giuru c’avissi a muoriri me patri e me matri!”, poi baciai l’indice e il medio uniti, da una parte e dall’altra, mantenendo le gambe dritte ad evitare incroci che avrebbero invalidato il giuramento.
Mantenere il giuramento comportava uno sforzo immane, perché il segreto, una volta confidato agli amici più intimi, avrebbe fatto scattare alle stelle la mia “tocaggine” ai loro occhi e il senso di stima agli occhi del mio ego. Il guaio però era che non avevo confidenti, ci fosse stato Lillo avrei risolto, lui sì che meritava di essere messo a corrente della mia impresa, ovviamente sotto giuramento, mica così a gratis. Ma era partito. Ripensando a lui trovai nella partenza la giustificazione al suo comportamento degli ultimi periodi, a quel distaccarsi dalla banda che avevamo composto. Si era allontanato prima, per evitare la separazione dolorosa poi. Mi mancava Lillo.
E cominciò a mancarmi pure Mariuccia che si era ingrizzata e non mi cacava più.
Dovevo ingrizzarmi pure io, ormai avevo l’età e l’esperienza, cosa pretendere di più da un dodicenne? Mi guardai intorno ma tra le coetanee non c’era nessuna all’altezza, per me ci voleva una delle superiori, una con le minne, una come Mariuccia.
Purtroppo non fu un’impresa facile, dovetti subire ancora per lungo tempo i dinieghi a tutte le mie profferte. Le cuòffe si chiamavano: “Ti riètti a cuoffa!” si diceva a chi riceveva il rifiuto da una donna. A volte la coffa veniva accompagnava dalla timpulata e c’erano ragazzine che sganciavano timpulate a “scuoccia facci”, di quelle che lasciavano il segno per anni. Era anche un modo, per loro, di acquistare importanza, di impreziosirsi nei confronti di quelle che si mettevano con tutti. Un atteggiamento che comportava il rischio, specialmente per quelle racchie, di non farsi mai zite, ed essere additate come quelle buone solo per “mummiàre”, una disgrazia che le avrebbe accompagnate per lungo tempo.
La calunnia era bisex, anche i maschi che non si zitavano mai correvano il rischio, alla lunga, di essere assimilati alla categoria dei muommi. Per i maschi era una grande infamia perché l’appellativo era originariamente appioppato ai porci che spiavano le coppiette che schiniavano, quelli cioè che non essendo capaci di avere una donna tutta loro, si eccitavano per interposta persona.
Come fu, come non fu, arrivai alla licenza media senza mai “tastalla” na fimmina, col solo ricordo, ripassato spesso per impararlo a memoria, dello schinìo con mia cugina. Per fortuna, proprio in quegli anni, arrivò come manna dal cielo il catalogo Vestro che, nelle pagine di biancheria intima femminile, racchiudeva una insperata potenzialità che corroborava degnamente tutte le fantasie erotiche degli adolescenti. A volte, qualche pagina trafugata ci accompagnava tra i pilastri della conceria per intimità condivise tra coetanei, e non solo. Insomma, tra Mariuccia in mente e le immagini di signorine in mutande davanti agli occhi, si sbarcava il lunario erotico.
A scuola avevo conosciuto Andrea, un ragazzo ripetente e ricco col quale, senza motivo, avevamo instaurato una sottospecie di rapporto amichevole che ci aveva portato, qualche volta, a fare insieme i compiti a casa sua.
Sono quelle frequenze che nascono per caso, non eravamo nemmeno compagni di banco e non ci eravamo cacati molto finché un giorno la professoressa di italiano mi ridicolizzò per le scarpe sporche. Fu così: io non mi ero mai preoccupato delle mie scarpe, erano lì vicino al letto e le indossavo automaticamente, con i lacci annodati da sempre, poi sparivano con dentro i miei piedi per ricomparire la sera quando le toglievo per andare a dormire. Mai avuto problemi di scelta, quelle erano e basta, il solo paio che doveva durare fino all’esaurimento. Mai badato alla loro pulizia, forse erano autopulenti o probabilmente rientrava nei compiti di mia madre, io non me ne preoccupavo, era come se andassi senza. Quel giorno la professoressa, sicuramente infastidita dalla grascia evidente delle calzature che stavano ignare ai miei piedi, volle farmi prendere coscienza della loro esistenza invitandomi, con un tono che mi penetrò dentro e lì rimase fino ad ora che sto ricordando, a non presentarmi più a scuola con quella fitinzìa ai piedi. “Vecchie è ammesso, sporche no, dillo a tua madre!”, mi disse.
Quella fu la frase che mi ferì. Inizialmente però fu una semplice scalfitura superficiale che mi fece sorridere per il pubblico presente ma, col classico senno di poi, compresi che avrei dovuto controbattere alla professoressa che aveva offeso mia madre che, secondo il suo pensiero, non si prendeva cura di me. Mi adombrai e probabilmente mantenni il muso imbronciato fino all’uscita da scuola. Lì intervenne Andrea che consigliandomi di fottermene altamente, mi offrì una sigaretta per farmi superare il senso di umiliazione per l’onta subita. Io non fumavo ma accettai e alla prima aspirata dell’esportazione con filtro, soffocai quasi a svenire. Andrea mi diede qualche pacca sulle spalle dicendomi: “Lascia perdere!”, prese la mia sigaretta, la portò alla bocca e aspirò profondamente.
Quel gesto bastò per portare a mia conoscenza l’esistenza di Andrea: un anonimo compagno di classe mai esistito. Nacque una frequenza, inizialmente limitata a quel tratto di strada che avevamo in comune per tornare alle rispettive case, poi diventata una consuetudine, un appuntamento. Parlavamo di niente, anche di donne. Nemmeno lui era zito, mostrava una sorta di superiorità nei confronti delle femminucce, diceva che non voleva avere tra i piedi una piagnucolosa come quella rompiscatole di sua sorella. Io invece, dall’alto della mia, ormai vecchia e unica, esperienza con Mariuccia, gli illustrai tutti i benefici fisici e mentali che lo schinìo procurava, gli narrai (ché non vedevo l’ora) quasi tutti i particolari di quel lontano pomeriggio con mia cugina, senza dirgli, ovviamente, fedele al giuramento, chi fosse la pulla.
Mi propose di studiare insieme ma io rifiutai senza dirgli che casa mia era troppo piccola e mi vergognavo, lui insistette e mi disse, non so se perché aveva intuito il motivo del mio rifiuto o così senza motivo, che potevamo studiare a casa sua, nella sua camera. Pensai che doveva essere uno ricco come Mariuccia che aveva una camera tutta sua.
Accettai.
E conobbi sua sorella Marta.

7

Era uno sgorbietto moccoloso di una quattrina d’anni che mi fece subito schifo. Biondissima e pallida con due buchetti azzurri, azzurri sopra il naso colante. Mi sembrò, moccolo a parte, la fotocopia ridotta della mamma di Andrea per quanto riguardava colore dei capelli, degli occhi e colorito del viso, per il resto invece la signora De Alberti era bella e profumata.
Tutta la casa era profumata, una casa immensa con non so quante stanze, ricca di quadri alle pareti e tante suppellettili sui mobili e, addirittura, tappeti per terra e un pianoforte. Mi sentivo in un luogo sacro, avevo timore di poggiare le mie scarpe sopra i tessuti soffici e variopinti, ma non c’era modo di evitarli, per fortuna le scarpe ora le avevo pulite.
La stanza di Andrea mi sembrò grande quanto tutta casa mia che era composta da due sole stanze, una cucina e un gabinettino con semibagno. Non ci si poteva perdere a casa mia, tutto era a portata di mano e quello che mancava non serviva. A casa mia il divano-letto della stanza da pranzo era la mia camera. Quella di Andrea doveva essere quella che nelle favole viene definita come reggia.
Marta gironzolava intorno senza ascoltare gli inviti di Andrea, per niente cortesi, ad uscire dalla sua stanza e andare a rompere le scatole alla mamma. Lei aveva un segreto da confidarmi e non poteva aspettare, mi ronzava intorno e mi invitava a seguirla nella sua camera per mostrarmelo. La sua insistenza prevalse per sfinimento, mi prese per mano e mi condusse nel suo regno respingendo il fratello e chiudendo la porta della camera. Mi fece segno col dito sul naso di stare zitto e mi sussurro: “Ora ti faccio conoscere il mio amico segreto Arturo.”
Si chinò gattoni sotto il letto rosa, ne estrasse una scatola di latta bucherellata che doveva aver custodito leccornie da acquolina in bocca, come mostravano i biscotti ripieni di cioccolata, bianca e marrone, riprodotti su tutta la sua superficie esterna. La portò sul tavolinetto rosa e ve la depose sopra con cautela, dopo aver spazzato per terra tutto quello che conteneva: fogli scarabocchiati, colori, matite, gomme, album illustrati, pupazzetti di stoffa.
Alzò un poco il coperchio lentamente e spiò l’interno raccomandandomi di fare silenzio perché forse Arturo stava riposando.
Infilò la manina attraverso il coperchio socchiuso, tastò l’interno del contenitore alla ricerca del suo amico quindi la estrasse mostrandomi sul palmo un babaluci.
“Sta dormendo ma ora si sveglia, è ora della pappa!” mi disse sottovoce per non causargli un risveglio troppo traumatico che, penso pensasse, avrebbe compromesso il suo umore. Gli accarezzò, con la punta dell’indice, la casetta che lo proteggeva per poi adagiarlo sul tavolino rosa.
“Vado a prendergli la merendina tu non ti muovere, non fare rumore e non toccarlo!” mi ordino, poi uscì lasciandomi solo in balia di Arturo che, in verità non mi cacava. Marta tornò subito tenendo in mano la foglia di un broccolo: “Arturo è ghiotto di questa verdura, ora vedrai che corse che si fa appena sente l’odore.” mi disse felice. Sgomberò il tavolino dalla latta, mise la foglia da un lato e spostò Arturo dal lato opposto.
“Sediamoci, ora si sveglia!” mi disse mentre si accomodava nella sua sediolina rosa, sistemava le braccia incrociate sul bordo del tavolino rosa e vi poggiava sopra il mento. Mi sedetti pure io nell’altra sediolina rosa e rimasi alluccutu ad aspettare.
Il crastone continuò a riposare protetto dal suo guscio marrone macchiato da sfumature giallognole mentre gli occhi cominciarono a farmi male per la fissità con la quale lo guardavo. Marta sembrava incantata col sorriso inebetito incorniciato dalla folta chioma dorata, finché spalancò gli occhi esclamando felice: “Eccolo si è svegliato!”
In effetti Arturo cominciava a mostrare le corna e a guardarsi intorno e Marta mi spiegava che stava annusando l’aria e si sarebbe diretto di corsa verso la merendina. Lesto come una lucertola, nel giro di qualche eterno minuto, il crastone si incamminò deciso verso il lauto pasto.
“Ora devo tornare a studiare!” le dissi alzandomi.
“Ricordati del nostro segreto, non devi dirlo a nessuno, nemmeno ad Andrea!” mi intimò.
Le feci il segno del giuramento e lasciai la stanza col pensiero all’altro giuramento fatto a Mariuccia due anni prima.
Andrea stava strimpellando sulla chitarra suoni indefiniti, ma lo faceva con convinzione.
“Devo prendere lezioni, voglio imparare.” mi disse senza distogliere lo sguardo dalle dita che cercava di posizionare in qualche modo, per me misterioso, sul manico dello strumento.
Arrivò sua madre con un vassoio di fette biscottate coperte di burro e marmellata e una carraffa di succo di frutta.
“Merenda e poi a studiare ragazzi!” disse, depose il vassoio sul tavolo e andò via lasciandosi dietro un alone di profumo e di bellezza.
Quello fu il primo incontro con i tre quarti della famiglia De Alberti, mancava solo il capofamiglia: l’ingegnere. Chissà se esisteva davvero, pensavo durante il periodo di frequentazione. Sapevo che il padre di Andrea era ingegnere perché qualche volta la signora aveva detto al telefono che l’ingegnere era partito e tornava a fine mese. Loro avevano già il telefono, un oggetto da fantascienza col quale avrei avuto rapporti intimi solo qualche anno dopo.
La frequentazione di casa De Alberti diventò ben presto una consuetudine e l’amicizia con Andrea andò consolidandosi sempre più fino a diventare fraterna tanto che l’estate successiva alla licenza media fui ospitato nel loro villino al mare. Fu la signora a convincere mia madre davanti la porta di casa mia. Non entrò perché era bagnato per terra, disse mia madre. Dopo un minuto, quando la De Alberti andò via, era già asciutto.
Pegno da pagare fu il pedinamento continuo di Marta che non mi lasciava un attimo di pace e mi rendeva partecipe di tanti segreti, ma solo sotto giuramento solenne.
Conobbi l’ingegnere e conobbi Lucia, la lucertola amica di Marta, ghiotta di semenza, quella che andava sempre in compagnia della calia. Marta era arrivata ad un tal punto di confidenza col piccolo rettile da darle i semi direttamente con le sue manine. Negli assolati pomeriggi la mocciosa si appostava vicino al muretto che circondava il giardino che circondava la villa, accanto ad un piccolo anfratto tra i mattoni e chiamava l’amica mettendo un semino vicino al buco. Poco dopo spuntava quatta quatta la lucertola, si guardava a destra e a sinistra, quindi scattava lesta a mordere il seme rendendo felice Marta. Il seme successivo lo addentava direttamente dal palmo della mano della bimba, poggiata per terra vicino alla tana. Rifiutai decisamente l’invito di Marta a dare pure io un seme alla serpe schifosa, consapevole che non sarei mai stato un eroe ai suoi occhi e poco me ne importava.
L’ingegnere era molto più vecchio della moglie, portava una folta barba nera sul viso scavato. A prima vista mi sentii intimorito dal suo aspetto serio, ma poi i sui modi gentili mi misero a mio agio. Mi rivolse la parola facendomi addirtittura i complimenti per il bel nome.
Comunque la sua presenza era poco ingombrante dato che era sempre fuori per lavoro, l’avrò visto sì e no due volte in un mese.
Quel mese passò veloce come tutte le cose piacevoli: fu piacevole il mio incontro col mare, era la prima volta che lo vedevo da dentro, fu piacevole mangiare tutte le prelibatezze che la mamma di Andrea ci proponeva, ebbi la conferma che il sapore del prosciutto cotto esisteva, non era solo un vago, sbiadito ricordo delle rare volte che era entrato in casa mia, apprezzai l’esistenza delle lasagne al forno, dei cannelloni persino, per non parlare della cotoletta malgrado non fosse natale. Anche il pesce, che mi faceva schifo, a casa di Andrea aveva tutto un altro sapore, sarà stato perchè aveva un nome diverso dal cefalo o dal baccalà, sarà stato perché la signora in costume da bagno avrebbe reso gradevole pure la lucertola di Marta bollita, fatto sta che in quel brevissimo mese ingrassai come un vitello.
Al rientro a casa tutto mi sembrava rimpicciolito: era come se le case che circondavano il baglio si fossero spostate in avanti a ridurre lo spiazzo attorno alla fontanella. Casa mia, che aveva poco da rimpicciolire, mi sembrò ancora più opprimente, mi mancava l’aria. Mi mancarono subito Andrea, Marta e le attenzioni della loro mamma. Dovetti faticare qualche giorno per riabituarmi agli spazi che, fino a qualche anno prima, mi sembravano illimitati.

8

Seguii Andrea, consigliato dal padre, al geometra dove potei presentarmi, finalmente, con i tanto agognati pantaloni lunghi. Un grigio topo quadrettato nero per i quali, mia madre, era riuscita a spuntare un buon prezzo per sfinimento del putiàro che aveva avuto la sventura di esporli in vetrina a S. Agostino. Mi squaravano le cosce troppo abituate all’aria aperta, ma, come si dice ora: “Hai voluto la bicicletta? Pedala!” e io pedalai, ma non avevo né mi sognavo una bici, pedalai la bici di Andrea. Lui passava da casa mia e mi caricava sul telaio fino a scuola e ritorno finché mi insegnò a guidarla, così potemmo fare a turno.
Ormai io e Andrea eravamo come due fratelli, dividevano tutto: io il niente che avevo, lui il tanto, ma lo faceva con naturalezza senza farmi pesare la sua agiatezza. Con Andrea imparai a fumare le sue sigarette senza più il rischio di collassare per soffocamento.
Continuammo a studiare insieme e addirittura, uscendo da scuola rimanevo spesso a pranzo a casa sua, poi lui mi mostrava i progressi, ancora da autodidatta, con la chitarra, poi studiavamo, poi uscivamo a bighellonare in bici e a cercare ragazze.

Il geometra era un istituto dove le donne erano merce rara, delle poche iscritte non c’era nessuna che si avvicinasse ai nostri gusti, poi se la tiravano come se fossero tutte miss universo, forti del fatto che di opzioni ne avevano a tignitè, curiàte da una gran mole di mosconi che ronzavano loro attorno. Per nostra fortuna a poche decine di metri c’era il magistrale che era considerato “A fabbrica ru sticchiu”, tutte donne per tutti i gusti, anche quelli miei e di Andrea che avevamo un’idea particolare della nostra donna ideale, sia a livello estetico che comportamentale. La nostra madonna doveva essere bionda con gli occhi azzurri e un fisico statuario con tanto di minnazze e culo a mandolino, non doveva essere pulla e non doveva aver mai conosciuto alcun ragazzo, mai baciato nessuno e, requisito fondamentale, mai aver sfiorato la minchia di un maschio. Lì capitava di incontrare Mariuccia che ormai era una donna completa e aveva amicizie universitarie. Lei mi baciava da cugina, io mi godevo le sue labbra umide sulla guancia e ricambiavo con piacere accompagnato da subbuglio al basso ventre. Con Andrea puntammo due compagne di classe di Mariuccia che non corrispondevano, a livello fisico, al nostro prototipo di madonne: una, Giovanna, era rossa e riccia, l’altra, Francesca, era castana liscia. Chiedemmo a Mariuccia dove abitassero e così il loro rione diventò la meta del nostro bighellonare in bicicletta.

Giravamo per il sobborgo nella speranza di vedere le due aspiranti madonne e, quando ci capitava la botta di culo di vederle, non avendo ancora accumulato una dose tale di coraggio per abbordarle, ci accontentavano solo di averle viste. Poi facevamo progetti sul metodo infallibile di abbordaggio da attuare la volta successiva, ma intanto passavano i mesi e noi non battevano chiodo.
Poi presi coraggio e chiesi aiuto a Mariuccia perché intercedesse.
“Chi è Rusulì ti futtisti a tiesta?” mi chiese a mo’ di sfottò.
Io minimizzai indicando Andrea come testa fottuta, a me sinceramente non interessavano, facevo solo compagnia al mio amico. Mariuccia mi promise che avrebbe tastato il terreno anche se, secondo lei, noi eravamo carini sì ma troppo piccoli. Mi veniva di ricordarle che io non avevo manco dodici anni quando avevamo fatto quella cosa, ora a quasi quindici mi sembrava il momento giusto, ma non lo dissi. La baciai da cugino con negli occhi il suo corpo nudo con me sopra.
Dissi ad Andrea che Mariuccia ci avrebbe aperto la strada ma lui mi sembrò alquanto scettico. Comunque ormai nei nostri discorsi Giovanna e Francesca erano l’argomento principale.

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Pubblicato da su 26 marzo 2016 in Giochimiei

 

Bartolomeo 147

Grey è pensieroso e Philippe gli chiede: “Che c’è, tutto ok?”
“Stavo pensando al comportamento di Meo… sai che mi sono preoccupato per un attimo? Sembrava un’altra persona.” Dice Grey controllando che le ragazze non siano di ritorno.
“Se potessi aiutarla lo farei volentieri, prenderei per il collo quel bastardo che vuol far del male alla nostra sorellina.” Dice Philippe stringendo i pugni.
“Che splendide ragazze, auguro loro tutto il bene che si meritano, non vedo l’ora di conoscere il nostro nipotino.” Dice Grey sorridendo.
“Mi piacerebbe un figlio tutto nostro.” Dice Philippe.
Grey lo guarda.
Tornano Meo e Marta e dietro di loro Giggetto: “Di dessert cosa prendete? Abbiamo zuppa inglese, panna cotta o crostata ai frutti di bosco, un bel sorbetto al limone per rinfrescarsi la bocca dalle porcherie che avete mangiato, crème caramel… offre la casa naturalmente.”
Meo prende il sorbetto imitata da Marta e i due ragazzi optano per la crostata.
“Dopo questo pranzo da Thanksgiving Day dove avete intenzione di portarci?” Chiede Philippe alle ragazze.
“A letto – risponde Meo – se penso al caldo che ci sarà fuori da questo eden mi viene da piangere.”
“Non fare proposte oscene, io sono impegnatissimo e fedele a questo vecchietto.” Dice Philippe indicando Grey.
Ridono.
Marta guarda l’ora: “Sono le 15.30, l’unico posto meno caldo che mi viene in mente a quest’ora è Villa Borghese, potremmo prendere un frigotaxi e farci lasciare al Bioparco. Che ne dite?”
“Non è che poi ti infastidisci se i bambini ti tirano le noccioline, vero scimmione?” Chiede Grey a Philippe.
Philippe comincia a imitare la gestualità della scimmia mentre risponde: “Adoro le noccioline io.”
Arriva Giggetto: “Un digestivo, caffe, cosa posso offrirvi?” Chiede.
“Ci ha già offerto il dessert Giggetto.” Dice Meo.
“Quello lo offre la casa, questo lo offre Giggetto.” Ride.
Prendono tutti il caffè e Grey chiede il conto.
“Già pagato signore.” Dice Giggetto.

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 146

“Non ti preoccupare tesoro, ora arrivano le lumache e lo distruggiamo. Gli schieriamo contro un esercito corazzato che a cornate gli fa il culo.” Cerca di sdrammatizzare Philippe.
Meo poggia la mano su quella dell’amico e la strofina regalandogli un sorriso.
Il cameriere torna col vino e i piatti puliti. Mentre ritira quelli sporchi e sistema i nuovi guarda con la coda dell’occhio Meo.
“Come ti chiami?” Gli chiede Meo.
“Andrea. Andrea signora.” Risponde il giovane.
Avrà poco più di vent’anni, un viso pulito sul quale spiccano due occhi neri sui quali Meo aveva notato, poco prima, un bagliore di sorpresa o di smarrimento forse. Di delusione per l’insulto che, pensava, la bella signora gli avesse rivolto. Si chiama Andrea, come il Suo Andrea. Si accarezza la pancia Meo, come se volesse porgere una carezza a quel ragazzo dal volto gentile.
“Da molto lavori qui?” Gli chiede.
“Da un mese, faccio il periodo estivo. Devo mettere qualcosa da parte per gli studi.” Risponde. Ora ha la certezza che la signora non inveiva contro di lui e sorride a Meo.
Arriva Giggetto con i vassoi dei secondi che dispone sul tavolo: “Buona continuazione.” Dice e va via seguito dal giovane cameriere.
“Ammazza quanta roba ancora – dice Marta – ragazzi datevi da fare perché noi siamo arrivate. Giusto due lumache pure io.”
Prende il cucchiaio e serve le lumache alla sua compagna di fronte, poi ne prende due contate per sé.”
Philippe si strofina le mani, fa scrocchiare le dita: “Ok sacrifichiamoci, mi unisco alla lotta contro i malvagi.” Dice prendendo la sua porzione di ciumacata con abbondante sughetto.
“Io mi scotto le dita.” Dice Grey servendosi con qualche bocconcino di abbacchio.
Di tanto in tanto Giggetto fa capolino al tavolo per assicurarsi che tutto proceda bene.
E tutto procede bene fino alla fine del pranzo.
“Andremo via di qui rotolando.” Dice Philippe massaggiandosi lo stomaco soddisfatto.
Meo si alza: “Vado in bagno.” Dice.
“Ti accompagno.” Dice Marta alzandosi pure lei.

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 145

Meo non ride con gli altri, improvvisamente la sua mente si è incanalata in un tunnel di pensieri che quel nome, uscito dalla sua bocca casualmente, sembra aver spalancato: Almaroth!
Sente il fastidio di dover ammettere a se stessa che, contrariamente a quanto pensava, la paura della minaccia di quell’essere non è sparita. È bastato pronunciare quel nome, anche in una atmosfera allegra e spensierata, perché si sentisse sprofondare nel vortice della paura.
Marta nota, nel sorriso congelato della sua bimba, l’espressione assente: “Che c’è Meo, tutto bene?” Le chiede.
Meo percepisce la domanda che le arriva attraverso un turbinio di pensieri nefasti che hanno come colonna sonora l’eco di quel nome maledetto. Batte gli occhi, torna in sé e risponde con un: “Sì, sì” poco convincente accennando un sorriso.
“Sei stanca cucciola, vuoi che andiamo?” Le chiede Marta.
“No, no, ci stiamo divertendo, scherzi?” Risponde Meo.
Il cameriere sostituisce la cesta vuota del pane con una piena e chiede se può portare un’altra bottiglia di vino indicando il boccale vuoto.
“Certo un altro lo stesso.” Dice Meo che si sforza di assumere un tono normale malgrado l’agitazione che sente dentro.
Sente pure la rabbia montare, era una giornata così spensierata e quel pezzo di merda è venuto a rovinarla, che possa bruciare all’inferno da dove è venuto: “Coglione!” Esclama ad alta voce.
Marta la guarda.
Grey la guarda.
Philippe la guarda.
Il cameriere la guarda.
Gli occhi puntati addosso la fanno trasalire, realizza di aver parlato senza volerlo, si sente smarrita e colpevole. Guarda il povero ragazzo e cerca di giustificarsi: “No, non era rivolto a te, tranquillo.” Dice sforzandosi di sorridere al cameriere che si allontana, forse tranquillo.
Poi rivolta ai suoi amici: “Scusate, mi è sfuggito, stavo imprecando contro il diavolo. Scusate, scusate.”

 
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Pubblicato da su 28 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 144

Poi torna con l’attenzione al tavolo di Meo e compagni: “Per secondo vi proporrei…”
Viene interrotto da Marta e Meo che quasi in sincrono si toccano la pancia scuotendo la testa: “Per me va bene così, altrimenti partorisco subito.” Dice Meo.
“Io non partorisco ma scoppio.” Dice Marta.
“I ragazzi però vogliono gustare qualche altra prelibatezza della casa, vero Phil?” Dice Meo rivolta all’amico intento a fare la scarpetta col condimento rimasto nel suo piatto.
“Sì, sì buana, uomo nero mangiare aldro.” Risponde Philippe.
Grey ride e annuisce: “Anche io, anche io, cosa ci propone Giggetto?”
“Ho la ciumacata con un sughetto ottimo per fare la scarpetta – dice Giggetto indicando Philippe – che scaccia via tutte le avversità. Lo sapete no?”
Guarda i quattro ospiti e dalle loro espressioni ha la certezza che non lo sanno, no. Allora spiega: “La ciumacata è un piatto tipico legato alla festa di San Giovanni, il 24 giugno quando, per tradizione, si passava la notte tra esorcismi e rituali magici per scacciare gli spiriti maligni. Mangiare le lumache faceva parte di questa usanza in quanto sono di buon auspicio ed eliminano le avversità.”
“Due allora le assaggio pure io – dice Meo – chissà che non mi liberi di Almaroth una volta per tutte.”
“Ecco brava dottoressa – approva Giggetto e prosegue – vi porto due scottadito di abbacchio e due animelle di agnello che si sciolgono in bocca. Vi faccio assaggiare pure la coda alla vaccinara, giusto un assaggino.”
Ottiene l’ok e: “Torno subito.” Dice allontanandosi.
“Ma quante ne sa?” Chiede Grey.
“Lui e Palmira farebbero una bella coppia – dice Meo – è un piacere stare ad ascoltarli, si mangia con più gusto, è come se il piatto si arricchisse del sapore della sua storia.”
Poi spiega ai ragazzi chi è Palmira.
“Io adoro l’Italia – dice Grey – ovunque c’è storia, tradizione, arte. Magia, ecco… mi sembra di essere in un luogo magico, lontano dal tempo.”
“Forte questo vino!” Dice Philippe.
Fa un pausa, aspetta che la battuta entri in circolo e come sua abitudine scoppia a ridere.

 
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Pubblicato da su 26 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 143

Seguendo l’ordine suggerito da Giggetto i quattro amici si deliziano il palato con le fettuccine mantecate con prosciutto crudo, piselli, panna e parmigiano, per passare poi alla crema che avvolge i bucatini cacio e pepe, rimasti al dente e ben amalgamata con l’acqua di cottura e il pecorino.
“Mi sembra la grande abbuffata, avete presente, sto scoppiando.” Dice Meo il cui viso è diventato ben colorito per tutte le calorie ingerite. Poi preleva giusto una forchettata di spaghetti aglio, olio e peperoncino: “Due fili per spezzare, come dice Giggetto.”
“Ma dobbiamo prendere pure il secondo?” Chiede Marta allarmata.
“Io e Andrea passiamo, ma i ragazzi vorranno gustare qualche altra prelibatezza di Giggetto, vero? Dice rivolta ai due intenti alla soddisfazione del palato.
Philippe ha la bocca piena e mima con la mano libera: “Io sì!”
Anche Grey si affretta a deglutire per liberarsi la bocca e poter confermare: “Io pure, io pure.”
Poi prende un’abbondante porzione di gricia dal vassoio e la passa sul suo piatto: “Andiamo alla specialità della casa.” Dice portando alla bocca due rigatoni.
Puntuale arriva Giggetto che vedendo le due signore col piatto vuoto si rammarica: “Non è di vostro gradimento?” Chiede con aria sconsolata.
A Meo dispiace deluderlo: “No tutto buonissimo, ci stiamo prendendo un attimo di pausa.”
“Se si freddano diventano immangiabili signore. Giusto due rigatoni.” Dice Giggetto che munito di cucchiaio e forchetta mette nei piatti di Meo e Marta giusto due rigatoni ricchi di abbondante condimento.
Poi assume l’aria da professore: “Signori miei qui ci sono anni e anni di storia, pensate che le origini del termine risalgono al ‘400, quando i panettieri, provenienti dalle regioni del Reno e dal Canton dei Grigioni, venivano chiamati Grici.
E ‘Griscium’ era la divisa della loro corporazione. Poi il Gricio divenne un burino nella terminologia popolare, probabilmente il dispregiativo fu conseguenza dell’abbigliamento trascurato che i panettieri indossavano sotto lo spolverino, portavano i pantaloni alla caviglia, noto come ‘er carzone a la gricia’, uguale al pantalone a ‘zampafuossi’ dei napoletani.”
La lezione di Giggetto è seguita anche dagli altri ospiti del locale.
“Ma magnate signore ché se fredda.” Si interrompe per esortare Marta e Meo.
Come bambine ubbidienti le due donne mangiano e Giggetto prosegue.
“Questo alle origini. Poi nell’800 Gricio diventò pure il settentrionale della Lombardia, noto a Roma come montanaro rozzo, grande lavoratore, molto parsimonioso. I Grici si mettono in proprio nell’attività di orzaioli. Vendono al minuto di tutto: dal pane alla farina, alle derrate alimentari di ogni genere e rimangono aperti tutto il giorno ad attendere i clienti che hanno racimolato i soldi per comprarsi da mangiare.”
“Nella bottega hanno un forno a carbone dove cucinano un piatto semplice e veloce con guanciale e pecorino: la pasta alla gricia che diventa in poco tempo un piatto popolare.”
“Poi vennero gli Amatriciani, aggiunsero il pomodoro ed ecco la molto più famosa Amatriciana.”
“E questa è!” Conclude Giggetto con un inchino di ringraziamento agli applausi dei clienti.

 
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Pubblicato da su 23 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 142

Tra un morso e un brindisi, un apprezzamento e una battuta, l’allegro convivio si porta avanti con la consumazione. Sono momenti di spensierata serenità che rendono felici le due coppie. Marta guarda con occhi pieni di gioia il viso allegro di Meo e lei ricambia con uno sguardo innamorato mandandole, di tanto in tanto, bacetti silenziosi. Grey e Philippe si stuzzicano con un botta e risposata di battutine sagaci che contribuiscono all’ilarità delle ragazze e all’armonia che si è creata nel gruppo.
“Questo signor La Gricia sa il fatto suo – dice Philippe – finora quello che ho mangiato è stato tutto squisito.”
Meo e Marta ridono.
“Che ridete che ho detto?” Chiede Philippe.
“Ahahah Giggetto non si chiama La Gricia, la gricia è una pasta Phil.” Dice Meo.
“Ma l’insegna allora?” Chiede Philippe.
“L’insegna vuol significare che Giggetto, sua modestia a parte, è La Gricia per antonomasia, cioè che come la prepara lui nessuno e in effetti ha ragione Phil, poi mi dirai.” Risponde Meo.
Il cameriere porta via i vassoi vuoti per lasciare lo spazio alle nuove portate che Giggetto, con perfetto tempismo, si appresta a deporre al centro del tavolo: “Et voilà mesdames et messieurs, il poker è servito.” Deponendo sul tavolo quattro vassoi fumanti.
“Mi sono permesso di prepararvi due spaghetti ajo, ojo e peperoncino, per spezzare, al posto della carbonara, ma se non vanno bene li porto via e vi faccio la carbonara.”
“Fatto benissimo – dice Meo, già c’è la gricia col guanciale.” E raccoglie con gli occhi il consenso degli altri.
Giggetto indica i piatti: “Se posso consigliarvi… vi suggerirei di iniziare con le fettuccine alla papalina, per proseguire col cacio e pepe, spezzare con l’ajo e ojo e concludere con la gricia.”
“Tutto a posto dottoressa?” Chiede poi rivolto a Meo.
“Sì Giggetto perfetto, grazie. Poi i miei amici americani vorrebbero conoscere la storia delle gricia.” Dice Meo indicando Philippe e Grey.
“Sarà un piacere, intanto mangiate ché si fredda, io arrivo.” Risponde Giggetto e si allontana.

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 
 
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