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Archivi categoria: Bartolomeo

Bartolomeo 147

Grey è pensieroso e Philippe gli chiede: “Che c’è, tutto ok?”
“Stavo pensando al comportamento di Meo… sai che mi sono preoccupato per un attimo? Sembrava un’altra persona.” Dice Grey controllando che le ragazze non siano di ritorno.
“Se potessi aiutarla lo farei volentieri, prenderei per il collo quel bastardo che vuol far del male alla nostra sorellina.” Dice Philippe stringendo i pugni.
“Che splendide ragazze, auguro loro tutto il bene che si meritano, non vedo l’ora di conoscere il nostro nipotino.” Dice Grey sorridendo.
“Mi piacerebbe un figlio tutto nostro.” Dice Philippe.
Grey lo guarda.
Tornano Meo e Marta e dietro di loro Giggetto: “Di dessert cosa prendete? Abbiamo zuppa inglese, panna cotta o crostata ai frutti di bosco, un bel sorbetto al limone per rinfrescarsi la bocca dalle porcherie che avete mangiato, crème caramel… offre la casa naturalmente.”
Meo prende il sorbetto imitata da Marta e i due ragazzi optano per la crostata.
“Dopo questo pranzo da Thanksgiving Day dove avete intenzione di portarci?” Chiede Philippe alle ragazze.
“A letto – risponde Meo – se penso al caldo che ci sarà fuori da questo eden mi viene da piangere.”
“Non fare proposte oscene, io sono impegnatissimo e fedele a questo vecchietto.” Dice Philippe indicando Grey.
Ridono.
Marta guarda l’ora: “Sono le 15.30, l’unico posto meno caldo che mi viene in mente a quest’ora è Villa Borghese, potremmo prendere un frigotaxi e farci lasciare al Bioparco. Che ne dite?”
“Non è che poi ti infastidisci se i bambini ti tirano le noccioline, vero scimmione?” Chiede Grey a Philippe.
Philippe comincia a imitare la gestualità della scimmia mentre risponde: “Adoro le noccioline io.”
Arriva Giggetto: “Un digestivo, caffe, cosa posso offrirvi?” Chiede.
“Ci ha già offerto il dessert Giggetto.” Dice Meo.
“Quello lo offre la casa, questo lo offre Giggetto.” Ride.
Prendono tutti il caffè e Grey chiede il conto.
“Già pagato signore.” Dice Giggetto.

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Pubblicato da su 30 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 146

“Non ti preoccupare tesoro, ora arrivano le lumache e lo distruggiamo. Gli schieriamo contro un esercito corazzato che a cornate gli fa il culo.” Cerca di sdrammatizzare Philippe.
Meo poggia la mano su quella dell’amico e la strofina regalandogli un sorriso.
Il cameriere torna col vino e i piatti puliti. Mentre ritira quelli sporchi e sistema i nuovi guarda con la coda dell’occhio Meo.
“Come ti chiami?” Gli chiede Meo.
“Andrea. Andrea signora.” Risponde il giovane.
Avrà poco più di vent’anni, un viso pulito sul quale spiccano due occhi neri sui quali Meo aveva notato, poco prima, un bagliore di sorpresa o di smarrimento forse. Di delusione per l’insulto che, pensava, la bella signora gli avesse rivolto. Si chiama Andrea, come il Suo Andrea. Si accarezza la pancia Meo, come se volesse porgere una carezza a quel ragazzo dal volto gentile.
“Da molto lavori qui?” Gli chiede.
“Da un mese, faccio il periodo estivo. Devo mettere qualcosa da parte per gli studi.” Risponde. Ora ha la certezza che la signora non inveiva contro di lui e sorride a Meo.
Arriva Giggetto con i vassoi dei secondi che dispone sul tavolo: “Buona continuazione.” Dice e va via seguito dal giovane cameriere.
“Ammazza quanta roba ancora – dice Marta – ragazzi datevi da fare perché noi siamo arrivate. Giusto due lumache pure io.”
Prende il cucchiaio e serve le lumache alla sua compagna di fronte, poi ne prende due contate per sé.”
Philippe si strofina le mani, fa scrocchiare le dita: “Ok sacrifichiamoci, mi unisco alla lotta contro i malvagi.” Dice prendendo la sua porzione di ciumacata con abbondante sughetto.
“Io mi scotto le dita.” Dice Grey servendosi con qualche bocconcino di abbacchio.
Di tanto in tanto Giggetto fa capolino al tavolo per assicurarsi che tutto proceda bene.
E tutto procede bene fino alla fine del pranzo.
“Andremo via di qui rotolando.” Dice Philippe massaggiandosi lo stomaco soddisfatto.
Meo si alza: “Vado in bagno.” Dice.
“Ti accompagno.” Dice Marta alzandosi pure lei.

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 145

Meo non ride con gli altri, improvvisamente la sua mente si è incanalata in un tunnel di pensieri che quel nome, uscito dalla sua bocca casualmente, sembra aver spalancato: Almaroth!
Sente il fastidio di dover ammettere a se stessa che, contrariamente a quanto pensava, la paura della minaccia di quell’essere non è sparita. È bastato pronunciare quel nome, anche in una atmosfera allegra e spensierata, perché si sentisse sprofondare nel vortice della paura.
Marta nota, nel sorriso congelato della sua bimba, l’espressione assente: “Che c’è Meo, tutto bene?” Le chiede.
Meo percepisce la domanda che le arriva attraverso un turbinio di pensieri nefasti che hanno come colonna sonora l’eco di quel nome maledetto. Batte gli occhi, torna in sé e risponde con un: “Sì, sì” poco convincente accennando un sorriso.
“Sei stanca cucciola, vuoi che andiamo?” Le chiede Marta.
“No, no, ci stiamo divertendo, scherzi?” Risponde Meo.
Il cameriere sostituisce la cesta vuota del pane con una piena e chiede se può portare un’altra bottiglia di vino indicando il boccale vuoto.
“Certo un altro lo stesso.” Dice Meo che si sforza di assumere un tono normale malgrado l’agitazione che sente dentro.
Sente pure la rabbia montare, era una giornata così spensierata e quel pezzo di merda è venuto a rovinarla, che possa bruciare all’inferno da dove è venuto: “Coglione!” Esclama ad alta voce.
Marta la guarda.
Grey la guarda.
Philippe la guarda.
Il cameriere la guarda.
Gli occhi puntati addosso la fanno trasalire, realizza di aver parlato senza volerlo, si sente smarrita e colpevole. Guarda il povero ragazzo e cerca di giustificarsi: “No, non era rivolto a te, tranquillo.” Dice sforzandosi di sorridere al cameriere che si allontana, forse tranquillo.
Poi rivolta ai suoi amici: “Scusate, mi è sfuggito, stavo imprecando contro il diavolo. Scusate, scusate.”

 
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Pubblicato da su 28 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 144

Poi torna con l’attenzione al tavolo di Meo e compagni: “Per secondo vi proporrei…”
Viene interrotto da Marta e Meo che quasi in sincrono si toccano la pancia scuotendo la testa: “Per me va bene così, altrimenti partorisco subito.” Dice Meo.
“Io non partorisco ma scoppio.” Dice Marta.
“I ragazzi però vogliono gustare qualche altra prelibatezza della casa, vero Phil?” Dice Meo rivolta all’amico intento a fare la scarpetta col condimento rimasto nel suo piatto.
“Sì, sì buana, uomo nero mangiare aldro.” Risponde Philippe.
Grey ride e annuisce: “Anche io, anche io, cosa ci propone Giggetto?”
“Ho la ciumacata con un sughetto ottimo per fare la scarpetta – dice Giggetto indicando Philippe – che scaccia via tutte le avversità. Lo sapete no?”
Guarda i quattro ospiti e dalle loro espressioni ha la certezza che non lo sanno, no. Allora spiega: “La ciumacata è un piatto tipico legato alla festa di San Giovanni, il 24 giugno quando, per tradizione, si passava la notte tra esorcismi e rituali magici per scacciare gli spiriti maligni. Mangiare le lumache faceva parte di questa usanza in quanto sono di buon auspicio ed eliminano le avversità.”
“Due allora le assaggio pure io – dice Meo – chissà che non mi liberi di Almaroth una volta per tutte.”
“Ecco brava dottoressa – approva Giggetto e prosegue – vi porto due scottadito di abbacchio e due animelle di agnello che si sciolgono in bocca. Vi faccio assaggiare pure la coda alla vaccinara, giusto un assaggino.”
Ottiene l’ok e: “Torno subito.” Dice allontanandosi.
“Ma quante ne sa?” Chiede Grey.
“Lui e Palmira farebbero una bella coppia – dice Meo – è un piacere stare ad ascoltarli, si mangia con più gusto, è come se il piatto si arricchisse del sapore della sua storia.”
Poi spiega ai ragazzi chi è Palmira.
“Io adoro l’Italia – dice Grey – ovunque c’è storia, tradizione, arte. Magia, ecco… mi sembra di essere in un luogo magico, lontano dal tempo.”
“Forte questo vino!” Dice Philippe.
Fa un pausa, aspetta che la battuta entri in circolo e come sua abitudine scoppia a ridere.

 
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Pubblicato da su 26 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 143

Seguendo l’ordine suggerito da Giggetto i quattro amici si deliziano il palato con le fettuccine mantecate con prosciutto crudo, piselli, panna e parmigiano, per passare poi alla crema che avvolge i bucatini cacio e pepe, rimasti al dente e ben amalgamata con l’acqua di cottura e il pecorino.
“Mi sembra la grande abbuffata, avete presente, sto scoppiando.” Dice Meo il cui viso è diventato ben colorito per tutte le calorie ingerite. Poi preleva giusto una forchettata di spaghetti aglio, olio e peperoncino: “Due fili per spezzare, come dice Giggetto.”
“Ma dobbiamo prendere pure il secondo?” Chiede Marta allarmata.
“Io e Andrea passiamo, ma i ragazzi vorranno gustare qualche altra prelibatezza di Giggetto, vero? Dice rivolta ai due intenti alla soddisfazione del palato.
Philippe ha la bocca piena e mima con la mano libera: “Io sì!”
Anche Grey si affretta a deglutire per liberarsi la bocca e poter confermare: “Io pure, io pure.”
Poi prende un’abbondante porzione di gricia dal vassoio e la passa sul suo piatto: “Andiamo alla specialità della casa.” Dice portando alla bocca due rigatoni.
Puntuale arriva Giggetto che vedendo le due signore col piatto vuoto si rammarica: “Non è di vostro gradimento?” Chiede con aria sconsolata.
A Meo dispiace deluderlo: “No tutto buonissimo, ci stiamo prendendo un attimo di pausa.”
“Se si freddano diventano immangiabili signore. Giusto due rigatoni.” Dice Giggetto che munito di cucchiaio e forchetta mette nei piatti di Meo e Marta giusto due rigatoni ricchi di abbondante condimento.
Poi assume l’aria da professore: “Signori miei qui ci sono anni e anni di storia, pensate che le origini del termine risalgono al ‘400, quando i panettieri, provenienti dalle regioni del Reno e dal Canton dei Grigioni, venivano chiamati Grici.
E ‘Griscium’ era la divisa della loro corporazione. Poi il Gricio divenne un burino nella terminologia popolare, probabilmente il dispregiativo fu conseguenza dell’abbigliamento trascurato che i panettieri indossavano sotto lo spolverino, portavano i pantaloni alla caviglia, noto come ‘er carzone a la gricia’, uguale al pantalone a ‘zampafuossi’ dei napoletani.”
La lezione di Giggetto è seguita anche dagli altri ospiti del locale.
“Ma magnate signore ché se fredda.” Si interrompe per esortare Marta e Meo.
Come bambine ubbidienti le due donne mangiano e Giggetto prosegue.
“Questo alle origini. Poi nell’800 Gricio diventò pure il settentrionale della Lombardia, noto a Roma come montanaro rozzo, grande lavoratore, molto parsimonioso. I Grici si mettono in proprio nell’attività di orzaioli. Vendono al minuto di tutto: dal pane alla farina, alle derrate alimentari di ogni genere e rimangono aperti tutto il giorno ad attendere i clienti che hanno racimolato i soldi per comprarsi da mangiare.”
“Nella bottega hanno un forno a carbone dove cucinano un piatto semplice e veloce con guanciale e pecorino: la pasta alla gricia che diventa in poco tempo un piatto popolare.”
“Poi vennero gli Amatriciani, aggiunsero il pomodoro ed ecco la molto più famosa Amatriciana.”
“E questa è!” Conclude Giggetto con un inchino di ringraziamento agli applausi dei clienti.

 
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Pubblicato da su 23 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 142

Tra un morso e un brindisi, un apprezzamento e una battuta, l’allegro convivio si porta avanti con la consumazione. Sono momenti di spensierata serenità che rendono felici le due coppie. Marta guarda con occhi pieni di gioia il viso allegro di Meo e lei ricambia con uno sguardo innamorato mandandole, di tanto in tanto, bacetti silenziosi. Grey e Philippe si stuzzicano con un botta e risposata di battutine sagaci che contribuiscono all’ilarità delle ragazze e all’armonia che si è creata nel gruppo.
“Questo signor La Gricia sa il fatto suo – dice Philippe – finora quello che ho mangiato è stato tutto squisito.”
Meo e Marta ridono.
“Che ridete che ho detto?” Chiede Philippe.
“Ahahah Giggetto non si chiama La Gricia, la gricia è una pasta Phil.” Dice Meo.
“Ma l’insegna allora?” Chiede Philippe.
“L’insegna vuol significare che Giggetto, sua modestia a parte, è La Gricia per antonomasia, cioè che come la prepara lui nessuno e in effetti ha ragione Phil, poi mi dirai.” Risponde Meo.
Il cameriere porta via i vassoi vuoti per lasciare lo spazio alle nuove portate che Giggetto, con perfetto tempismo, si appresta a deporre al centro del tavolo: “Et voilà mesdames et messieurs, il poker è servito.” Deponendo sul tavolo quattro vassoi fumanti.
“Mi sono permesso di prepararvi due spaghetti ajo, ojo e peperoncino, per spezzare, al posto della carbonara, ma se non vanno bene li porto via e vi faccio la carbonara.”
“Fatto benissimo – dice Meo, già c’è la gricia col guanciale.” E raccoglie con gli occhi il consenso degli altri.
Giggetto indica i piatti: “Se posso consigliarvi… vi suggerirei di iniziare con le fettuccine alla papalina, per proseguire col cacio e pepe, spezzare con l’ajo e ojo e concludere con la gricia.”
“Tutto a posto dottoressa?” Chiede poi rivolto a Meo.
“Sì Giggetto perfetto, grazie. Poi i miei amici americani vorrebbero conoscere la storia delle gricia.” Dice Meo indicando Philippe e Grey.
“Sarà un piacere, intanto mangiate ché si fredda, io arrivo.” Risponde Giggetto e si allontana.

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 

Bartolomeo 141

Tra una battuta e l’altra i quattro amici si danno da fare di buon gusto col pinzimonio.
Torna Giggetto col vassoio di antipasti: “Ho portato due crostini con alici, qualche fiore di zucca fritto, un paio abbondante di panzerotti e supplì, due bruschette contate e due panzanelle. La porchetta arriva subito.” Depone il vassoio sul tavolo poi assume un portamento da attore vissuto e declama:
“E che ce vo’
pe’ fa’ la Panzanella?
Nun è ch’er condimento sia un segreto,
oppure è stabbilito da un decreto,
però ‘a qualità dev’esse quella.
In primise: acqua fresca de cannella,
in secondise: ojo d’uliveto,
e come terzo: quer divino aceto
che fa veni’ ‘a febbre magnerella.
Pagnotta paesana un po’ intostata,
cotta all’antica, co’ la crosta scura,
bagnata fino a che nun s’è ammollata.
In più, pe’ un boccone da signori,
abbasta rifini’ la svojatura
co’ basilico, pepe e pommidori.”
“Il grande Aldo Frabrizi – conclude con un inchino – pace all’anima sua.”
“Ma bravo, complimenti Giggetto!” Gli dicono in coro i quattro amici e gli ospiti dei tavoli vicini che hanno ascoltato divertiti.
“Vado a prenne a porchetta ché qui me fate arrossì, voi magnate, magnate!” E si allontana.
“Voi italiani siete straordinari – dice Philippe addentando una panzanella – non ho capito molto di quello che ha detto, ma l’ha detto bene.”
“Italiani popolo di santi, poeti, navigatori e incredibili cuochi.” Dice Grey gustando un panzerotto.
Marta prende un supplì gli dà un morso ed emette un mugolio di piacere: “Buonissimo mmm che bontà, da orgasmo.”
“Tesoro ti prego non farmi quei versi orgasmici, mi ricordi Meg Ryan – le dice Meo ridendo mentre prende anche lei un supplì e aggiunge – lo stesso della signora.” Lo morde, chiude gli occhi come in estasi ed anche lei emette un mugolio simile a quello di Marta.
“Funziona?” Le chiede Philippe.
“Alla grande, provalo Phil.” Gli risponde Meo scoppiando a ridere.
Giggetto arriva con la porchetta: “Ecco il porco – rivolto a Philippe – caldo caldo.” Fa spazio sul tavolo togliendo il vassoio del cazzimperio e si allontana.
“Io morirò qui – dice Philippe – ma sarò felice.” E allunga la forchetta per prendere una fetta della porchetta fumante.

 
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Pubblicato da su 20 ottobre 2014 in Bartolomeo, Giochimiei

 
 
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