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Sogno poco ma sogno

Non so se sogno raramente o se dimentico ciò che ho sognato, fatto sta che le poche volte che mi rimane qualcosa mi diverto ad analizzare questo mondo irreale, surreale, paradossale che ha una vita propria, parallela, dove qualsiasi stranezza assume credibilità. Faccio sogni ricorrenti uno dei quali è quello dei furti di auto – me ne avranno rubate decine – ed il bello è che durante il sogno ricordo i furti precedenti e li sommo, cioè quando sogno il furto della mia auto nuova non è mai il primo furto, so che quella è la terza, quarta o decima auto che mi rubano e sono incazzatissimo. Ricordo un sogno durante il quale me ne rubavano tre in una botta sola, che stress. Ci sono sogni poi nei quali sono cosciente che sto sognando e mi diverto, specialmente se sono thriller o horror, me li godo tranquillo e quando capita che mi svegli di soprassalto, sudato, cerco di riaddormentarmi il più in fretta possibile per non perdermi il finale ché magari ci scrivo una storia. Purtroppo la mattina ho solo vaghi ricordi e non riesco mai a ricostruirne una, ma prima o poi ci riuscirò.

Qui cercherò di riportare quei sogni che mi hanno lasciato qualcosa da sveglio, cercando di rimanere il più possibile dentro il sogno, senza razionalizzare né dare un significato.

Buona lettura.

 
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Pubblicato da su 30 marzo 2011 in Giochimiei, Sogni

 

Il leghista – 0

«Ma tu un’eri già curnutu, chi bisognu c’era d’addivintari leghista?»

Ho affidato la mia storia alla penna di un amico che si è preso l’impegno di raccontarvi tutto, per filo e per segno, in prima persona, come se fossi io a scrivere. Se avrete la pazienza di arrivare in fondo capirete il perché.

Mi chiamo Salvatore e sono un terrone.
Sono nato in un paesino sperduto della Sicilia, di quelli che non esistono nemmeno sulle cartine geografiche, di quelli che se metti il nome nel GPS ti porta in Spagna.
Ho quarantadue anni ma ancora per poco.
Quella che sto per raccontarvi è la mia storia, una storia come tante, potrebbe essere, ma anche no, sarete voi a giudicare alla fine.
Vi racconterò tutto. I momenti di felicità e quelli di dolori, le tenerezze e le disperazioni, vi racconterò anche gli episodi più scabrosi, quelli che vi metteranno in difficoltà durante la lettura.

La mia era una famiglia di contadini. Eravamo io – il primo di quattro figli, tre maschi e una femmina – mio padre Calogero e mia madre Rosaria. Cominciai a lavorare la terra già dalla pancia di mia madre che mi portò con se fino al giorno del parto. Appena imparai a camminare mi dedicai subito all’assaggio di tutto ciò che la terra produceva: dalla terra stessa ai vermi, alle formiche, alle foglie, alle more dei rovi, imparai subito a distinguerne i sapori e capii quali erano i più gustosi. Imparai a cavalcare Garibaldi, un grosso bastardo che non si ribellava mai, a mungere le vacche e prendere le uova dal culo delle galline. Imparai a resistere, senza fuggire turandomi le orecchie, allo strepitio del maiale sgozzato ed allo starnazzare furioso delle galline quando mia madre allungava loro il collo. Tante cose imparai in quel mondo fuori misura, esagerato, colmo di innumerevoli meraviglie da scoprire. Quel mondo sconfinato che andava oltre le colline e si estendeva a perdita d’occhio, quei campi sterminati li imparai a memoria, i loro rumori e i loro silenzi, il loro mutare immobile imparai a percepire giorno per giorno, gli odori imparai, i colori imparai, i sapori.

Non avevamo la televisione perché non serviva, non c’era tempo per guardarla, il tempo era solo per lavorare la terra, tutta la famiglia, dalla nascita in poi. Lì si nasceva, lì si viveva lavorando e lì si moriva lavorando, non c’era altra vita immaginabile.

A sei anni mi portarono di forza a scuola. Mio padre voleva a tutti i costi che prendessi un pezzo di carta perché «Senza un pezzu di carta, avannu, un si’ nuddu!» diceva.
Dovetti ubbidire e così, pian piano, mi abituai alla presenza di altri esseri umani con i quali condividere alcune ore della mia vita.
Studiavo e lavoravo, studiavo e lavoravo, tutti i giorni, ad eccezione della domenica quando lavoravo e basta. Per le vacanze lavoravo e basta, ma ogni tanto invitavo qualche compagno di classe che veniva a trovarmi e giocavamo e lavoravamo insieme.
Giocavamo a chi lanciava la pietra più lontano, a chi colpiva le lucertole, a chi pisciava più a lungo e più lontano. Ci guardavamo l’uccello per vedere chi l’aveva più grosso e provavamo le sensazioni di una mano estranea immaginando, ridendo, che fosse quella di una compagna: «T’immagini Carmela, t’immagini Lucia?» eccetera.
Fu così fino a tredici anni, quando presi il diploma della scuola media.
Il diploma di terza media era una tappa di partenza secondo la mia testa, era quella barriera che avrebbe accontentato mio padre e mi avrebbe aperto la strada verso il mondo esterno, quel mondo oltre le colline che, nei discorsi tra i compagni, rappresentava l’aspirazione di molti di noi.
Il pezzo di carta che intendeva mio padre, invece, era quello e basta. A lui serviva solo uno che gli tenesse i conti, un figlio diplomato che avrebbe potuto vantare al mercato quando andava a vendere i prodotti della campagna: «Me figghiu u fici u prezzu, iddu è diplomatu!» avrebbe potuto dire e i signori che venivano dalla città a comprare la produzione di grano, i formaggi, i salumi, non avrebbero più potuto fare i furbi tirando sul prezzo.

Io però avevo preso gusto all’idea della città e dopo non poche insistenze riuscii a convincere mio padre a rinunciare ai miei calcoli ed alle mie due braccia, tanto c’erano i miei fratelli, e Maria, la seconda nata, si sarebbe diplomata pure lei tra due anni.

segue…

Il leghista – 1

 
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Pubblicato da su 9 febbraio 2012 in Il leghista

 

Suocera 2.0 – La doccia

Non so se in tutte le case funziona così, ma in quelle dove ho abitato io l’acqua della doccia diminuisce e si raffredda di colpo quando si apre un altro rubinetto. Ciò premesso, premetto ancora che nella fase Suocera Alpha dovevo solo guardarmi da moglie perché aveva un’abilità innata nel farmi congelare, praticamente ci riusciva anche se non era in casa: succedeva che io ero insaponato sotto l’acqua calda e come per miracolo l’acqua diminuiva e mi congelava il capello, mentre alle mie orecchie arrivava la dolce melodia del flussometro dell’altro servizio. Sì, moglie aveva degli scappamenti di pipì repentini e tornava a casa per farla. Le pratiche per il divorzio troppo costose hanno salvaguardato il matrimonio.
Ora nella fase Suocera 2.0 il nemico è diventato imprevedibile nonché pericoloso per l’ingestibilità. Lei non si rende conto che anche aprendo il rubinetto della cucina per sciacquare uno strofinaccio comporta le mie bestemmie in senegalese ed è quanto dire per uno ce non bestemmia manco in siciliano.
Allora ormai da un anno le dico: «Suocera 2.0 sto andando a farmi la doccia, tu siediti nel divano, guardati Canale 5 e non ti muovere finché non mi vedi.»
«U capivi, ‘cca sugnu ferma, un mi catamìu.»
Evidentemente un secondo dopo si dimentica perché regolarmente mi fa congelare.
Stamattina l’ultima.
Lei sta pulendo le stoviglie della cena allora le dico: «Suocera 2.0 vado a fare la doccia, fermati dieci minuti ché faccio in fretta.»
«Ah, se ti devi fare la doccia mi fermo.» mi fa.
«Sì, mi raccomando, non aprire rubinetti per dieci minuti.»
Lei sente la mia voce ma evidentemente non capisce.
Risultato: ho un po’ di nevralgia da acqua fredda.
Decisione: la legherò col nastro adesivo ad una sedia della sua stanza e chiuderò a chiave, non si sa mai abbia preso lezioni Houdinesche.

Ah, ho dimenticato una cosa, quando mi sono avvolto all’accappatoio, mi ha bussato alla porta del bagno e mi ha detto: «Te la puoi fare la doccia!»

 
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Pubblicato da su 25 maggio 2012 in Suocera 2.0

 
 
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