Il leghista – 0
«Ma tu un’eri già curnutu, chi bisognu c’era d’addivintari leghista?»
Ho affidato la mia storia alla penna di un amico che si è preso l’impegno di raccontarvi tutto, per filo e per segno, in prima persona, come se fossi io a scrivere. Se avrete la pazienza di arrivare in fondo capirete il perché.
Mi chiamo Salvatore e sono un terrone.
Sono nato in un paesino sperduto della Sicilia, di quelli che non esistono nemmeno sulle cartine geografiche, di quelli che se metti il nome nel GPS ti porta in Spagna.
Ho quarantadue anni ma ancora per poco.
Quella che sto per raccontarvi è la mia storia, una storia come tante, potrebbe essere, ma anche no, sarete voi a giudicare alla fine.
Vi racconterò tutto. I momenti di felicità e quelli di dolori, le tenerezze e le disperazioni, vi racconterò anche gli episodi più scabrosi, quelli che vi metteranno in difficoltà durante la lettura.
La mia era una famiglia di contadini. Eravamo io – il primo di quattro figli, tre maschi e una femmina – mio padre Calogero e mia madre Rosaria. Cominciai a lavorare la terra già dalla pancia di mia madre che mi portò con se fino al giorno del parto. Appena imparai a camminare mi dedicai subito all’assaggio di tutto ciò che la terra produceva: dalla terra stessa ai vermi, alle formiche, alle foglie, alle more dei rovi, imparai subito a distinguerne i sapori e capii quali erano i più gustosi. Imparai a cavalcare Garibaldi, un grosso bastardo che non si ribellava mai, a mungere le vacche e prendere le uova dal culo delle galline. Imparai a resistere, senza fuggire turandomi le orecchie, allo strepitio del maiale sgozzato ed allo starnazzare furioso delle galline quando mia madre allungava loro il collo. Tante cose imparai in quel mondo fuori misura, esagerato, colmo di innumerevoli meraviglie da scoprire. Quel mondo sconfinato che andava oltre le colline e si estendeva a perdita d’occhio, quei campi sterminati li imparai a memoria, i loro rumori e i loro silenzi, il loro mutare immobile imparai a percepire giorno per giorno, gli odori imparai, i colori imparai, i sapori.
Non avevamo la televisione perché non serviva, non c’era tempo per guardarla, il tempo era solo per lavorare la terra, tutta la famiglia, dalla nascita in poi. Lì si nasceva, lì si viveva lavorando e lì si moriva lavorando, non c’era altra vita immaginabile.
A sei anni mi portarono di forza a scuola. Mio padre voleva a tutti i costi che prendessi un pezzo di carta perché «Senza un pezzu di carta, avannu, un si’ nuddu!» diceva.
Dovetti ubbidire e così, pian piano, mi abituai alla presenza di altri esseri umani con i quali condividere alcune ore della mia vita.
Studiavo e lavoravo, studiavo e lavoravo, tutti i giorni, ad eccezione della domenica quando lavoravo e basta. Per le vacanze lavoravo e basta, ma ogni tanto invitavo qualche compagno di classe che veniva a trovarmi e giocavamo e lavoravamo insieme.
Giocavamo a chi lanciava la pietra più lontano, a chi colpiva le lucertole, a chi pisciava più a lungo e più lontano. Ci guardavamo l’uccello per vedere chi l’aveva più grosso e provavamo le sensazioni di una mano estranea immaginando, ridendo, che fosse quella di una compagna: «T’immagini Carmela, t’immagini Lucia?» eccetera.
Fu così fino a tredici anni, quando presi il diploma della scuola media.
Il diploma di terza media era una tappa di partenza secondo la mia testa, era quella barriera che avrebbe accontentato mio padre e mi avrebbe aperto la strada verso il mondo esterno, quel mondo oltre le colline che, nei discorsi tra i compagni, rappresentava l’aspirazione di molti di noi.
Il pezzo di carta che intendeva mio padre, invece, era quello e basta. A lui serviva solo uno che gli tenesse i conti, un figlio diplomato che avrebbe potuto vantare al mercato quando andava a vendere i prodotti della campagna: «Me figghiu u fici u prezzu, iddu è diplomatu!» avrebbe potuto dire e i signori che venivano dalla città a comprare la produzione di grano, i formaggi, i salumi, non avrebbero più potuto fare i furbi tirando sul prezzo.
Io però avevo preso gusto all’idea della città e dopo non poche insistenze riuscii a convincere mio padre a rinunciare ai miei calcoli ed alle mie due braccia, tanto c’erano i miei fratelli, e Maria, la seconda nata, si sarebbe diplomata pure lei tra due anni.
segue…

